Le chiamano chiacchiere e sono i dolci tipici del periodo carnascialesco.
Da noi sono conosciute come bugie. Cambia il nome, ma la ricetta ed il gusto sono pressappoco gli stessi.
In questi giorni ho sentito molte chiacchiere.
Tutte su temi diversi, ma con un unico sapore: quello delle bugie.
Slogan pro diritti della famiglia, gridati a gran voce da chi il concetto di famiglia non lo ha ben chiaro.
Critiche alla libertà di manifestare il proprio amore se non omologato a quello eterosessuale, che fin da bambini ci hanno inculcato essere l'unico giusto ed approvabile (chissà con che diritto poi).
Ci sono uomini omofobi che credono che tradire di nascosto la propria moglie con un'altra donna sia più lecito che avere una relazione gay alla luce del sole.
Esistono donne pronte, in pubblico, ad inginocchiarsi con aria pia e contrita nel banco in prima fila in chiesa ed altrettanto pronte, già sul sagrato, a sparare a raffica con lingua tagliente sul malvezzo della loro vicina di casa, che magari è single e se la spassa come meglio crede volando di fiore in fiore.
In realtà questi soggetti sfogano a parole la loro frustrazione: da sposate, devono mostrare una parvenza di decenza di cui farebbero volentieri a meno se solo potessero dare sfogo (e molte lo fanno, ma di nascosto) ai propri istinti con un uomo che non è il loro ufficiale.
Vogliamo anche parlare degli assenteisti al lavoro colti con le mani nel sacco?
"Era la prima volta che lo facevo", "Avete capito male, non sono il tipo di persona che si comporta in questo modo" e via discorrendo.
A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E' proprio vero.
La goccia che fa traboccare il vaso, tuttavia, credo l'abbia versata quell'imprenditore novarese che, poco prima di Natale, ha messo alla gogna i suoi tre dipendenti più assenteisti, premiandoli pubblicamente, in azienda, con una coppa per il maggior numero di mancate presenze sommato nel corso dell'anno: rispettivamente 200, 160 e 120 giorni.
Uno dei tre dipendenti, una donna che da 12 anni lavora nello stabilimento, ha collezionato lo scorso anno sette mesi di assenza a causa di una malattia e conseguente intervento chirurgico alle vertebre.
Oggi, tornata al suo impiego, la donna è costretta a lavorare con l'ausilio di una sedia.
Bene. Questo magnifico imprenditore che cosa ha fatto? Ha svergognato pubblicamente la sua forza lavoro e poi, intervistato dopo lo sfogo della dipendente giustamente amareggiata, si è giustificato, di fronte alla carta stampata, dicendo che non gli sembra giusto che chi sgobba tutto l'anno e non fa un'ora di assenza sia trattato economicamente come chi è assente per mesi.
Il ragionamento non fa una grinza, ma forse il titolare avrebbe fatto meglio a mandare un controllo fiscale a casa della sua sottoposta per vedere se la donna, che non si presentava in azienda lamentando dolore, fosse invece a casa a ballare il flamenco alla faccia del capo e dei suoi colleghi.
Perché disturbarsi? Più semplice, più soddisfacente, l'umiliazione pubblica.
D'altronde è su quello che si fonda da tempo la realtà lavorativa e politica della nostra penisola: proteggiamo il colpevole, accusiamo lo sprovveduto che non ha armi per difendersi.
Facciamo bella figura - o crediamo di farla - svergognando gli onesti (mi permetto, spero non smentita, di pensare che la dipendente di cui sopra abbia agito in buona fede).
E allora sapete che vi dico?
Sono assunta nello stesso ufficio dal 2009, in questi quasi 7 anni ho collezionato forse una settimana di mutua, ma mi sono un pochettino stufata di vedere che il cazzeggio e la superficialità siano trattate alla stregua della dedizione e l'amore per le cose fatte bene.
Lascio ad altri il pubblico dileggio, perché non mi si addice.
Però, se qualcuno le bugie ama raccontarle tutto l'anno e non solo a Carnevale, è bene si sappia che da oggi anch'io mi adeguerò - a malincuore - alla richiesta.

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