pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

lunedì 22 giugno 2026

LA MONDINA, UN ROMANZO PROFONDO CHE CI MOSTRA LA MATERNITA' DA DUE PROSPETTIVE DIVERSE


Sono tante le donne che sfilano nel romanzo “La Mondina” di Silvia Montemurro edito da E/O. Ma sono state due in particolare, Lena e Grazia, quelle che mi hanno tenuta incollata alle pagine di questo interessante libro.

Siamo nel 1913, a Vercelli. Lena, 15enne orfana dei genitori, trascorre le sue giornate china nelle risaie, lavorando sodo nell’acqua infestata dalle sanguisughe. È innamorata di Tobia, un ragazzo dei dintorni, piuttosto spavaldo, che la illude di aver trovato il grande amore ma al contempo non disdegna la compagnia di altre giovani.

Quando non hai un padre e una madre e puoi contare solo sull’amicizia di Maria, con cui condividi i segreti dell’adolescenza, è facile credere di aver incontrato l’uomo della tua vita nell’attimo in cui qualcuno ti dedica qualche piccola attenzione.

La vita di Lena fino a quel momento non è stata molto rosea, ma la morte improvvisa di Maria e il senso di colpa nel credersi responsabile dell’accaduto, rovinano in un battibaleno la spensieratezza che dovrebbe essere tipica dell’età adolescenziale, caratterizzata dai primi sussulti emotivi.

Renza, la mamma di Maria, con cui Lena ha sempre vissuto fino a quel giorno, da quando ha perso la figlia la guarda torva. Non le rivolge più mezza parola, si limita a quelle necessarie per lo svolgimento della sua mansione. Lena, suo malgrado, così giovane si è già fatta carico di un fardello troppo pesante.

Così, quando durante la festa di fine mondatura, mentre è in attesa dell’invito al ballo da parte di Tobia, viene avvicinata da Grazia, la moglie del padrone della risaia, la proposta che le viene formulata le dà lo scossone tanto atteso per dare una svolta alla sua esistenza.

Grazia le propone infatti di andare a vivere con loro a Torino, lasciandosi alle spalle miseria e incertezza.

L’intento di Grazia sembra particolarmente amorevole: delusa dalla mancata gravidanza tanto attesa, la donna si propone di adottare la ragazza, portandosela a palazzo per riversare su di lei l’amore che soltanto una madre sa donare.

In realtà, quello che per Lena dovrebbe essere l’avvio di un periodo particolarmente piacevole, si rivela ben presto essere una sorta di incubo. Il piano iniziale doveva essere diverso, ma Grazia, all’apparenza tanto ben disposta nei confronti di Lena, presto mette in atto una variante diabolica coinvolgendo il marito Fernando. L’uomo, da tempo fedifrago quasi con il beneplacito della moglie, che ne sopporta senza fiatare i ripetuti tradimenti, posa gli occhi sulla ragazza.

Grazia se ne accorge e coglie al balzo l’occasione: tradita per tradita, tanto vale che sia lei a scegliere con chi il marito debba giacere nel letto.

Lena potrebbe dargli il figlio tanto desiderato: il segreto resterebbe tra le mura di casa e fuori, nella società torinese, il neonato potrebbe essere spacciato come il loro figlio naturale.

Se prima Lena aveva potuto scegliere se accogliere l’invito di trasferirsi a Torino o meno, ora che è prigioniera nella sua nuova gabbia dorata non ha voce in capitolo. Deve sottostare agli abusi fisici di Fernando, deve dirsi compiaciuta della nuova vita che le viene concessa tra mille agi e non può lamentarsi.

Cerca l’emancipazione con la complicità della domestica di casa, Severa, che a dispetto del nome non lo è affatto. La donna ben presto comprenderà cosa stia accadendo e aiuterà Lena, coinvolgendo anche la sua amica Teresa Ferrero, operaia presso la manifattura Tabacchi con il sogno di divenire una soubrette. Entrambe la aiuteranno ad imparare a leggere e scrivere, fornendole sottobanco testi per consentirle di scrollarsi di dosso l’ignoranza e alzare finalmente la testa.

Man mano che la gravidanza avanza, Lena si rende conto che quell’esserino che porta in grembo non le è assolutamente indifferente. I soldi con cui Grazia e il marito vorrebbero pagare il suo silenzio non possono mettere a tacere anche il suo istinto materno. E dalla risaia ai salotti borghesi, il tifo per questa giovane donna, minuta nelle sembianze ma con un grande coraggio, aumenterà nel lettore capitolo dopo capitolo.

Questa storia di inganno, di solitudine, di maternità per altri, affonda il coltello nelle mille domande: quale futuro potrebbe attendere la ragazza se rinunciasse a scrollarsi di dosso il peso della fame e della povertà accondiscendendo a questo patto scellerato?

Ha senso rinunciare al proprio sentimento materno, benché il nascituro sia stato concepito non con una persona amata ma con il “padrone” e svendere la propria dignità per soldi?

Lena si arrovellerà a lungo su queste domande. Non vi svelo la fine, ma vi dico che nel romanzo sudore e fatica nei campi si alternano incessantemente a borghesia egoista e sfarzo, ma a far decidere la donna sarà la ragione del cuore.

Dietro ad ognuno di quei due aspetti ci sono altrettante donne, diverse una dall’altra, ma accomunate da un unico desiderio: quello di un figlio.

Da una parte c’è il desiderio affettivo che Grazia crede di poter soddisfare egoisticamente mettendo mano al portafoglio, dimenticando umanità e sentimento.

Dall’altra c’è Lena, consapevole che alzare la testa è dura, ma che, se a motivare la decisione c’è il pianto di un bambino, il proprio bambino, è d’obbligo esprimere il proprio dissenso. Non ci saranno soldi, ma ci sarà una consapevolezza materna.

Nascere povere non è un difetto che può essere colmato da chi ha il privilegio di vivere nella ricchezza.

L’amore non si compra. Chi lo fa, frequentando donne a pagamento, cercando di accaparrarsi l’amore di un bambino regalandogli giocattoli - o peggio ancora chi crede di poter barattare un essere umano in cambio di denaro - nutre probabilmente davvero poco amore per se stesso, accecato da smania di possesso e da un grande egoismo.

Lena farà la sua scelta, condizionata anche dalla consapevolezza che comunque, nonostante il coraggio, la voce di una ragazza giovane e povera all’inizio del Novecento non sarebbe valsa a nulla. Purtroppo accade ancora ai giorni nostri: chi ha il potere economico, sociale, politico, ecc. tenta – e spesso riesce – a prevaricare chi ha meno voce in capitolo. 

Tuttavia, la lettura de “La mondina” ci insegna molto.

Innanzitutto è un chiaro esempio di complicità femminile (tra Lena, Severa e Teresa) che crea forza nei momenti più duri. In secondo luogo ci mostra come, da un piccolo scricciolo di donna, nel momento in cui le si toccano gli affetti più cari possa levarsi un grande ruggito anziché un timido pigolio. Perché l’amore materno non ha eguali e ogni mamma antepone il bene dei propri figli a quello personale.

A quale prezzo, però, lo scoprirete soltanto chiusa l’ultima delle 272 pagine che si leggono tutte d’un fiato.


lunedì 15 giugno 2026

SPESSO VIAGGIO TRA LE PAGINE DI UN LIBRO. QUESTA VOLTA HO CAMMINATO TRA UMBRIA E LAZIO, SULLE ORME DI LARTH

Tra i primi 10 libri in classifica in queste settimane ci sono “Il tempo dell’orologiaio” di Maurizio De Giovanni e “Il tempo del la la la” di Luciana Littizzetto.

Per non essere da meno, nei giorni scorsi, anziché scrivere un libro sul tempo, ho pensato di prendere un po’ del mio tempo (e di quello di mio marito) per intraprendere un viaggio di coppia sulle tracce dell'intrepido Larth.
Larth era un guerriero etrusco, vissuto nel V secolo A.C., che si distinse per il suo coraggio.

Non abbiamo avuto il tempo di visitare la sua tomba, all’interno del Museo Faina di Orvieto e di lui sappiamo poco. Sicuramente aveva meno agevolazioni di quelle oggi a nostra disposizione: niente tracce gps, nessuna rete telefonica, zero punti ristoro. 

Non sappiamo bene dove abbia camminato e per quali motivi.

Ma sappiamo perché noi abbiamo deciso di addentrarci nei luoghi da lui vissuti: per ritemprarci la mente. Perché non posso dire altrettanto del fisico, provato dai 60 km (che alla fine sono diventati 80), dal caldo e dallo zaino di quasi 7 kg sulle spalle.

Se qualcuno decidesse di seguire le nostre orme (o semplicemente fosse curioso di conoscere la nostra esperienza), ecco il racconto delle varie tappe con qualche spunto per il pernottamento e il cibo testato personalmente in loco.

Prima tappa: da Orvieto a Bolsena. 


Orvieto è una città bellissima. L’imponente Duomo, il pozzo di San Patrizio, le numerose trattorie tipiche, il centro pedonale, la funicolare che dalla stazione sale a piazza Cahen con la Porta Rocca che conduce ad uno splendido parco, sono solo alcune delle imperdibili tappe di questa splendida località umbra. 



























Noi ce la siamo lasciata alle spalle il venerdì mattina, partendo dall’affittacamere “La soffitta e la torre” dopo un piacevole e ristoratore pernottamento in una stanza confortevole e pulita. 

Abbiamo fatto colazione al Palace Cafè, nella sottostante Piazza del Popolo, dove, oltre a personale molto cordiale,  hanno un vasto assortimento di caffetteria e brioches, con valide alternative anche per i vegani.

La sera prima eravamo stati a cena alla Ristoria dei Monaldeschi: qualità del cibo ottima, vino incredibile, insomma, un buon primo impatto. E se è vero che chi ben comincia è a metà dell’opera… Beh, era quasi come essere a cavallo!

Eccoci quindi, zaino in spalla e gambe ancora belle riposate, pronti per la prima tappa. Il cielo nuvoloso ci fa temere che prenderemo qualche goccia di pioggia, ma nulla può fermare il nostro entusiasmo.

L'entusiasmo della partenza

In realtà non sarà così: le minacciose nubi ci regaleranno forse 5 gocce a testa nell’arco di 30 secondi. 
Come si dice, tanto rumore per nulla.

Il primo tratto si snoda lungo il tracciato cittadino, prevalentemente in discesa. Dopo un piccolo sentiero che costeggia alcune case, si approda quindi ad una statale pianeggiante, che va attraversata per dirigersi verso una sterrata. Qui, fiancheggiata sulla destra da pecore al pascolo e sulla sinistra da scavi archeologici, la camminata prosegue per condurci a quella che si trasforma presto in una prova di resistenza.



Le pecore al pascolo









Gli scavi archeologici






Oltrepassato l’ultimo bar (Obelix, tenetelo a mente), una faticosa salita, nota come “del Tamburino”, ci fa ricredere sulle nostre intenzioni. Personalmente, confesso di aver lasciato buona parte del mio fiato e una discreta quantità di sudore su quel tracciato, percorso sotto un cielo nuvolo ma con un livello di umidità decisamente importante. 

La salita si snoda per quasi due km, dopodiché, finalmente, ci si addentra nel bosco. 

Il sentiero a quel punto non sembra più così impegnativo.













Ci sono saliscendi quasi irrilevanti, per arrivare poi, dopo 7 km e mezzo, al piacevole borgo di Sugano, dove volendo si può far tappa ristoro, oltre che riempire la borraccia alla fontana sulla piazza. 

Le pareti in pietra delle abitazioni sono rallegrate da piacevoli decorazioni in cui sono inseriti dei fiori. Sembra di essere tornati indietro di un centinaio d’anni. Si respirano tranquillità e vita serena, anche grazie a due signore che conversano amabilmente, una dalla strada e l’altra affacciata alla finestra, raccontandosi i fatti loro incuranti dell'esistenza della privacy.



Una recente frana ci fa prendere una deviazione nel bosco: ci sono rovi e ortiche, probabilmente è un ripiego recente e non è stata fatta gran manutenzione. Proseguendo arriviamo finalmente, dopo una dozzina di km dalla partenza, a quello che, benché ci fossimo documentati in partenza e ne conoscessimo l’esistenza, ci appare come un miraggio: il birrificio BirrAlfina.
Non è solo un punto ristoro. È un piccolo gioiellino di cui ci è stata raccontata rapidamente la storia: frutto della passione del titolare - che nella vita si occupa di tutt’altro, ma che ha saputo ben convogliare parte delle sue energie – fornisce a chi lo raggiunge, oltre alla possibilità di fruire di servizi igienici pulitissimi, anche piacevoli sorsate di birre di tutti i tipi (eccezionale la birra Annozero al miele che ho testato io!!), accompagnate da affettati e formaggi locali e bruschette condite con olio di qualità.



















Le chiacchiere con la simpatica dipendente e con la moglie del titolare aumentano, ma è tempo di rimettersi in cammino. Bolsena non è proprio dietro l’angolo e dovremo ancora macinare parecchi km. Non sto a tediarvi passo passo con il percorso affrontato, dico solo che un noto detto recita che “a scendere tutti gli angeli aiutano” ma mi sa che nel nostro caso i cherubini fossero impegnati altrove. 
Infatti, la discesa alla città lacustre ci ha davvero spezzato le gambe, facendosi ancora ricordare a lungo in serata. 
Per questo motivo di Bolsena, dopo aver consumato una pizza a bordo lago, abbiamo visto davvero poco.


Il letto ci chiamava, la stanchezza era tanta e di così memorabili ricordo soltanto le coloratissime ortensie a bordo viale e il pesante sonno che ha contraddistinto le ore notturne, oltre ad un freddo incredibile che mi ha accompagnata a lungo, frutto probabilmente dello sforzo fisico, dato che io sono notoriamente sempre accaldata.
















L’Hotel Nazionale in cui abbiamo pernottato non è particolarmente degno di nota, è una struttura un po’ datata, senza infamia e senza lode, ma il materasso era comodo, quindi prendetelo in considerazione se cercate una stanza ad un prezzo abbordabile. 

A occhio, infatti, le altre strutture incrociate nel rapidissimo giro serale ci sono sembrate tutte di livello decisamente più elevato (e sicuramente lo erano anche nel prezzo).

Prima di sdraiarmi a letto, comunque, il contachilometri segnava 35561 passi, pari a 25,02 km. Come inizio non c’è male.


Seconda tappa: Bolsena-Civita di Bagnoregio. 

Credo che questa, delle tre, sia quella che ho amato maggiormente. 

Sabato mattina, dopo un caffè aggiuntivo post colazione consumato al bar Centrale, ci siamo fatti apporre il timbro sulla credenziale dall’ufficio turistico di Bolsena e siamo partiti. Il primo tratto del tracciato è fiancheggiato da splendide case con giardini molto curati, poi ci si addentra nel bosco e lo si attraverserà alternando piccole salite ad altrettanto ininfluenti discese. 













Le gambe sono allenate rispetto al giorno prima, la percentuale di umidità sembra scesa, si respira meglio, ma è arrivato un potente sole a farci compagnia. Quello che ancora non sappiamo è che quel sole sarà un costante e affezionato compagno di viaggio e che gran parte dei km saranno percorsi a cielo aperto, senza l’ombra di un albero. 

Non sappiamo nemmeno, però, che lasciato il Parco di Turona, in pieno bosco, prima di affrontare un lunghissimo sterrato con lievi pendenze, resteremo estasiati di fronte allo spettacolo offerto da centinaia di papaveri. 

Condivido con voi ciò che è apparso ai nostri occhi. 

Acqua e cibo ritemprano il fisico, ma nulla è paragonabile alla meraviglia offerta da una distesa di rosso fiammeggiante, che contrasta con ciuffi di ortiche altissime (ci sovrastavano in altezza) e querce e noccioleti che non pensavo di trovare a quella altitudine.








Appagati da tanta bellezza, iniziamo ad avere un po’ fame: per tenere leggero lo zaino non abbiamo preso panini, ma lo stomaco borbotta. Chiamiamo il caseificio dell’Azienda agricola Amaltea, che dovrebbe essere a pochi km. Prenotiamo un tavolo per due e ci gustiamo nuovamente salumi e formaggi, pane fresco e una squisita panna cotta con crema di ciliegie.


Non possiamo fermarci troppo, perché sappiamo che quando i muscoli si raffreddano la fatica raddoppia. Si riparte e si cammina ancora, fino ad arrivare al cartello che indica Bagnoregio. 

Siamo in alto e per raggiungere il nostro hotel ci tocca scendere e poi risalire nuovamente. Ma approdiamo ad un gioiellino addobbato da fiori che già nel nome tradisce la sua vera natura: si chiama Hotel Divino Amore, è silenzioso, tranquillo, con camera ampia e pulita. 

La gentile signora alla reception ci dice che se vogliamo mangiare a Civita è meglio prenotare, in quanto quel fine settimana la cittadina è in festa. Dobbiamo ancora camminare un poco per raggiungerla, quindi prima ci concediamo una doccia e un paio d’ore di relax in stanza (così finisco di leggere La Mondina, di cui a breve fornirò recensione). 

Lavati e profumati, indossiamo il cambio e raggiungiamo Civita di Bagnoregio.

Che spettacolo! Arroccata sul tufo, è uno spazio senza tempo. In alcuni angoli mi sembra di ritrovare l’atmosfera della mia Sacra di San Michele, millenaria abbazia della Regione Piemonte.

Ho coronato un sogno: volevo visitarla da anni, finalmente ce l’ho fatta. Ed il valore aggiunto è che ci sono arrivata con le mie gambe. 


A proposito di gambe, anche loro meritano un premio: per questo le mettiamo sotto il tavolo, accomodandoci presso l’Osteria al forno di Agnese, dove ho gustato un piatto di paccheri con pomodoro, burrata e pistacchi veramente eccezionali. 


Non da meno il vino bianco locale che li ha accompagnati: ora ho capito perché gli stranieri amino così tanto il nostro Bel Paese. 

La piazza di Civita si sarebbe dovuta animare con un concerto intorno alle 21.30 ma, tolta qualche prova, alle 22 non era ancora iniziato nulla e visto che mancavano ancora una ventina di minuti di cammino per raggiungere la stanza, abbiamo optato per il rientro in hotel. Non prima, però, di scattare alcune immagini di un fantastico cielo tinto di rosa e dello spettacolo notturno.




















Terza tappa: Civita di Bagnoregio-Orvieto.

Facciamo colazione in hotel in una sala tutta per noi. Non c’è nessun altro, solo una bella corrente che fa svolazzare una tenda. La voglia di lasciare la struttura è pari a zero, ma dobbiamo tornare al punto di partenza. Ci incamminiamo, portandoci negli occhi la bellezza della città che muore, attraversando un sentiero che fiancheggia i calanchi per raggiungere il borgo di Lubriano.













La nostra guida cartacea parla di una ripida salita con pendenza del 13% ma che sarà mai dopo quella del Tamburino del primo giorno? Qui casca l’asino: oltre che dritta, è sotto il sole cocente. Ci tocca quindi percorrerla a tappe, cercando sollievo nei rari punti ombreggiati, prima dell’ultimo tratto percorso sull’asfalto bollente, che culmina con l'agognato arrivo alla piazza sulla sommità.


















Anche qui la vista panoramica è appagante e ci rendiamo conto che talvolta basta davvero poco per essere felici: un bel viale alberato e una fontana ristoratrice alla quale troviamo ad approvvigionarsi un nutrito gruppo di camminatori come noi. 

Sento suonare le campane: a festa e non a morto, per fortuna (anche se pochi minuti prima mi sembra di essere andata molto vicino alla mia fine). Scende una bimba da un’auto, indossa il vestito della Prima Comunione. Anche per lei oggi è una tappa importante del cammino della sua vita.


Da Lubriano in poi il tragitto si fa meno ripido. Non che sia tutto in piano, ma le salite sono meno faticose, anche perché condividiamo il tratto con due ragazzi del salernitano, due ingegneri, Simone e Riccardo, loquaci e simpatici. Il dialogo ci distrae.

Proviamo a contattare La Cacciata, che dovrebbe essere un punto ristoro sulla sommità di un colle, ma il telefono squilla a vuoto e non risponde nessuno. Arrivati in loco, scopriamo che è chiuso: é domenica, ad Orvieto è gran festa per la Pentecoste e la sfilata in costume. Che siano andati tutti là? Il posto è deserto, i servizi igienici sono a disposizione, ma di mangiare non se ne parla.

Nello zaino ho solo più un sacchetto di frutta secca e inizio a preoccuparmi anche dell’approvvigionamento idrico; so che dovrò centellinare l’acqua fino all’arrivo, ma fa piuttosto caldo.

Ci fermiamo un attimo all’ombra, sulle sedie in ferro battuto che troviamo nel giardino. Insieme a noi quattro sosta un gruppo di camminatori romagnoli che commenta le vesciche ai piedi. Noi per fortuna ne siamo usciti indenni, avendo portato le scarpe più comode e rodate del nostro guardaroba ed essendoci equipaggiati prima della partenza con calze tecniche.

La preoccupazione per le scarse risorse alimentari/idriche cede il passo all’applauso quando scorgiamo, durante il cammino nuovamente intrapreso, un provvidenziale tavolino posto all’ombra di un albero. Su di esso trovano posto due frigoriferi da campeggio in cui sono a disposizione bottiglie di acqua fresca, succhi di frutta, barrette e, di fianco, alcune schiacciatine confezionate. 

Incredibile a dirsi, c’è anche una cassetta chiusa in cui ciascuno può lasciare un’offerta in base a ciò che consumerà. Mi stupisco che sia ancora lì e soprattutto non sia ancorata, ma forse il luogo difficilmente raggiungibile se non da chi intraprende il cammino e l’ottimismo di chi ha pensato a ristorarci sono un potente deterrente contro i furti.


Ringrazio ancora una volta di non vivere ai tempi di Larth e mi rimetto in cammino. 

Ad un certo punto è d’obbligo la sosta per la foto. Ci appare infatti in lontananza Orvieto. Ci sembra impossibile, ma ce l’abbiamo quasi fatta.
















Io mi preoccupo ancora una volta al pensiero della salita che ci riporterà sulla cima della città vecchia, ignara del fatto che la discesa a volte è peggio. Infatti, prima di arrivare al convento di San Crispino dei frati minori cappuccini e anche dopo, il passaggio è obbligato in un bosco caldo, con pietre scivolose e una pendenza che mette di nuovo alla prova quadricipiti e ginocchia. 

                   

Orvieto ci aspetta: una volta raggiuntala, andiamo all’ufficio del Turismo a farci consegnare l’attestato dopo aver presentato le nostre credenziali del camminatore. Il costo dell’attestato è di 1 euro, ma solo noi conosciamo la fatica e la soddisfazione che si nascondono dietro quel pezzo di carta.

                       











Sappiamo anche che quello dell’intrepido Larth è stato il nostro primo cammino ufficiale, ma, se il destino lo vorrà, non sarà l’ultimo. Ci abbiamo preso gusto. 

E non parlo di quello enogastronomico che comunque è stato un valido compagno di questi giorni, ma di quello che una vecchia pubblicità citava nel suo refrain: il gusto pieno della vita.

Vita che non deve essere solo e sempre costellata di lavoro e pensieri, ma anche di un buon investimento di quel tempo di cui parlavo proprio all’inizio di questo lungo post.