Ci
sono vite di persone famose, diffuse generosamente con istantanee sui
social, delle quali mi interessa meno di zero. Poi ci sono altre
persone (altrettanto se non più famose delle varie soubrette ed
influencer di turno), che mi affascinano in duplice maniera.
Innanzitutto
le stimo perché si tengono distanti dal mondo virtuale e non si
preoccupano del numero di like, interazioni o followers raggiunto,
che pare sia ormai divenuto uno sport quotidiano. Ma in particolare
apprezzo le loro vite perché sono particolari, interessanti,
resilienti e spesso fuori dal comune.
Alex
Zanardi, scomparso prematuramente ieri, apparteneva alla seconda
categoria.
Non
ho mai avuto la fortuna di conoscerlo dal vivo – e questo resta un
grande rammarico - ma ho sempre letto con interesse e gran rispetto
la notizia delle sue mirabolanti imprese, prima e dopo l’incidente
di Formula 1 che nel 2001 lo lasciò privo delle gambe.
Proverbiale
era la sua regola dei 5 secondi: “Quando
in una gara ti accorgi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni
duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la
fanno più».
Già
da questo motto si poteva capire molto della grinta che gli
scorreva nel corpo come linfa vitale.
Nel
2020 - quando dopo il gravissimo incidente in F1 che aveva costretto
i medici ad amputargli le gambe - rimase nuovamente coinvolto in un
sinistro, questa volta con la sua handbike, con la quale aveva
conquistato più volte il podio paralimpico, pensavo che anche in
questa seconda dura prova della vita, se fosse sopravvissuto, ci
avrebbe insegnato molto.
Non
mi sbagliavo, perché ha continuato a farlo, a modo suo, nel lungo
periodo di riabilitazione di cui abbiamo sempre avuto scarne notizie
grazie alla tutela della privacy operata dalla famiglia.
Dapprima
senza gambe, poi con gravi disturbi neurologici e muscolari, Alex
Zanardi non si è mai arreso: ha sempre saputo dimostrarci la sua
grande resilienza.
E
ieri, mentre tutti noi festeggiavamo un giorno di festa dal lavoro,
lui, che del lavoro fisico e della fatica era sempre stato
encomiabile rappresentante, si è congedato dal mondo terreno
lasciandoci orfani della sua grande umanità.
La
Stampa oggi annuncia la sua scomparsa titolando “Non diciamogli
addio ma grazie”.
Ed
è un titolo veramente profondo, che la dice lunga sul rispetto che
tutti noi dovremmo avere nei confronti di persone così carismatiche.
Non
sto a ripercorrere la sua vita, i suoi successi e le disgrazie che lo
hanno colpito: ci penseranno giornali e commemorazioni varie.
Ma,
affranta come se fosse venuto a mancare un parente, una persona di
famiglia, uno stretto conoscente, credo che ognuno di noi dovrebbe
fermarsi qualche secondo a riflettere sul vero significato della
parola grazie.
Non
c’è espressione di gratitudine migliore di queste due sillabe,
ormai desuete.
A
mio avviso non ci sono regali, titoli, premi, denaro contante o altri
riconoscimenti che spieghino altrettanto bene l’apprezzamento che
una persona nutre nei confronti di un’altra.
Ecco,
a modo mio, per quel poco che conta nella moltitudine di figure che
gli renderanno omaggio, anche io ad Alex voglio dire un sincero
grazie.
Grazie
Alex, per la tua onestà, grinta, per la resistenza, per l’impegno
che hai sempre profuso per onorare la vita che ti è stata donata,
anche quando probabilmente sarebbe stato più facile arrendersi e
gettare la spugna, chiudendo i conti con la sofferenza.
Grazie
per i tuoi occhi brillanti nei quali ho sempre intravisto una luce
particolare, vivida e allegra, oltre che una grande motivazione.
Grazie
Alex, sei stato un uomo completo ed un grandissimo esempio.
Eri
grande e lo resterai per sempre.
Guccini
e Vecchioni ti avevano dedicato “Ti insegnerò a volare”, una
canzone che amo molto.
Tu
volavi già da tempo, ora sei solo un po’ più in alto.
Riposa
in pace, Alex Zanardi: io non ti dimenticherò.
Consapevole
e ammirata nel sapere che tu i denti li hai sempre stretti, molto
più che negli ultimi 5 secondi delle tue gare.