Tra i primi 10 libri in classifica in queste settimane ci sono “Il
tempo dell’orologiaio” di Maurizio De Giovanni e “Il tempo del
la la la” di Luciana Littizzetto.
Per non essere da meno, nei giorni scorsi, anziché scrivere
un libro sul tempo, ho pensato di prendere un po’ del mio tempo (e
di quello di mio marito) per intraprendere un viaggio di coppia sulle
tracce dell'intrepido Larth.
Larth era un guerriero etrusco,
vissuto nel V secolo A.C., che si distinse per il suo coraggio.
Non abbiamo avuto il
tempo di visitare la sua tomba, all’interno del Museo Faina di Orvieto e di
lui sappiamo poco. Sicuramente aveva meno agevolazioni di quelle oggi
a nostra disposizione: niente tracce gps, nessuna rete telefonica,
zero punti ristoro.
Non sappiamo bene dove abbia camminato e per
quali motivi.
Ma sappiamo perché
noi abbiamo deciso di addentrarci nei luoghi da lui vissuti: per
ritemprarci la mente. Perché non posso dire altrettanto del fisico,
provato dai 60 km (che alla fine sono diventati 80), dal caldo e
dallo zaino di quasi 7 kg sulle spalle.
Se qualcuno decidesse di
seguire le nostre orme (o semplicemente fosse curioso di conoscere la
nostra esperienza), ecco il racconto delle varie tappe con qualche
spunto per il pernottamento e il cibo testato personalmente in loco.
Prima tappa:
da Orvieto a Bolsena.
Orvieto è una città bellissima. L’imponente
Duomo, il pozzo di San Patrizio, le numerose trattorie tipiche, il
centro pedonale, la funicolare che dalla stazione sale a piazza Cahen
con la Porta Rocca che conduce ad uno splendido parco, sono solo
alcune delle imperdibili tappe di questa splendida località umbra.
Noi ce la siamo lasciata alle spalle il venerdì mattina, partendo
dall’affittacamere “
La
soffitta e la torre”
dopo un piacevole e ristoratore pernottamento in una stanza
confortevole e pulita.
Abbiamo fatto colazione al Palace Cafè, nella
sottostante Piazza del Popolo, dove, oltre a personale molto cordiale, hanno un vasto assortimento di caffetteria e
brioches, con valide alternative anche per i vegani.
La sera prima
eravamo stati a cena alla Ristoria dei Monaldeschi: qualità del cibo
ottima, vino incredibile, insomma, un buon primo impatto. E se è
vero che chi ben comincia è a metà dell’opera… Beh, era quasi
come essere a cavallo!
Eccoci quindi, zaino
in spalla e gambe ancora belle riposate, pronti per la prima tappa.
Il cielo nuvoloso ci fa temere che prenderemo qualche goccia di
pioggia, ma nulla può fermare il nostro entusiasmo.
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L'entusiasmo della partenza
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In realtà non sarà
così: le minacciose nubi ci regaleranno forse 5 gocce a testa
nell’arco di 30 secondi. Come si dice, tanto rumore per nulla.
Il primo tratto si
snoda lungo il tracciato cittadino, prevalentemente in discesa. Dopo
un piccolo sentiero che costeggia alcune case, si approda quindi ad
una statale pianeggiante, che va attraversata per dirigersi verso una
sterrata. Qui, fiancheggiata sulla destra da pecore al pascolo e
sulla sinistra da scavi archeologici, la camminata prosegue per
condurci a quella che si trasforma presto in una prova di resistenza.
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| Le pecore al pascolo |
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| Gli scavi archeologici |
Oltrepassato
l’ultimo bar (Obelix, tenetelo a mente), una faticosa salita, nota
come “del Tamburino”, ci fa ricredere sulle nostre intenzioni. Personalmente,
confesso di aver lasciato buona parte del mio fiato e una discreta
quantità di sudore su quel tracciato, percorso sotto un cielo nuvolo
ma con un livello di umidità decisamente importante.
La salita si snoda
per quasi due km, dopodiché, finalmente, ci si addentra nel bosco.
Il sentiero a quel punto non sembra più così impegnativo.
Ci sono saliscendi
quasi irrilevanti, per arrivare poi, dopo 7 km e mezzo, al piacevole
borgo di Sugano, dove volendo si può far tappa ristoro, oltre che
riempire la borraccia alla fontana sulla piazza.
Le pareti in pietra
delle abitazioni sono rallegrate da piacevoli decorazioni in cui sono
inseriti dei fiori. Sembra di essere tornati indietro di un centinaio
d’anni. Si respirano
tranquillità e vita serena, anche grazie a due signore che
conversano amabilmente, una dalla strada e l’altra affacciata alla
finestra, raccontandosi i fatti loro incuranti dell'esistenza della privacy.
Una recente frana ci
fa prendere una deviazione nel bosco: ci sono rovi e ortiche,
probabilmente è un ripiego recente e non è stata fatta gran
manutenzione. Proseguendo arriviamo finalmente, dopo una dozzina di
km dalla partenza, a quello che, benché ci fossimo documentati in
partenza e ne conoscessimo l’esistenza, ci appare come un miraggio:
il birrificio BirrAlfina. Non è solo un punto
ristoro. È un piccolo gioiellino di cui ci è stata raccontata
rapidamente la storia: frutto della passione del titolare - che
nella vita si occupa di tutt’altro, ma che ha saputo ben
convogliare parte delle sue energie – fornisce a chi lo raggiunge,
oltre alla possibilità di fruire di servizi igienici pulitissimi,
anche piacevoli sorsate di birre di tutti i tipi (eccezionale la
birra Annozero al miele che ho testato io!!), accompagnate da
affettati e formaggi locali e bruschette condite con olio di qualità.

Le chiacchiere con la simpatica dipendente e con la moglie del titolare aumentano, ma è tempo di rimettersi in cammino. Bolsena non è proprio dietro l’angolo e dovremo ancora macinare parecchi km. Non sto a tediarvi passo passo con il percorso affrontato, dico solo che un noto detto recita che “a scendere tutti gli angeli aiutano” ma mi sa che nel nostro caso i cherubini fossero impegnati altrove.
Infatti, la discesa alla città lacustre ci ha davvero spezzato le gambe, facendosi ancora ricordare a lungo in serata.
Per questo motivo di Bolsena, dopo aver consumato una pizza a bordo lago, abbiamo visto davvero poco.
Il letto ci
chiamava, la stanchezza era tanta e di così memorabili ricordo
soltanto le coloratissime ortensie a bordo viale e il pesante sonno
che ha contraddistinto le ore notturne, oltre ad un freddo
incredibile che mi ha accompagnata a lungo, frutto probabilmente
dello sforzo fisico, dato che io sono notoriamente sempre accaldata.
L’Hotel Nazionale
in cui abbiamo pernottato non è particolarmente degno di nota, è
una struttura un po’ datata, senza infamia e senza lode, ma il
materasso era comodo, quindi prendetelo in considerazione se cercate
una stanza ad un prezzo abbordabile.
A occhio, infatti, le altre
strutture incrociate nel rapidissimo giro serale ci sono sembrate
tutte di livello decisamente più elevato (e sicuramente lo erano
anche nel prezzo).
Prima di sdraiarmi a
letto, comunque, il contachilometri segnava 35561 passi, pari a 25,02
km. Come inizio non c’è male.
Seconda tappa:
Bolsena-Civita di Bagnoregio.
Credo che questa, delle tre, sia
quella che ho amato maggiormente.
Sabato mattina, dopo un caffè
aggiuntivo post colazione consumato al bar Centrale, ci siamo fatti
apporre il timbro sulla credenziale dall’ufficio turistico di
Bolsena e siamo partiti. Il primo tratto del tracciato è
fiancheggiato da splendide case con giardini molto curati, poi ci si
addentra nel bosco e lo si attraverserà alternando piccole salite ad
altrettanto ininfluenti discese.
Le gambe sono allenate rispetto al
giorno prima, la percentuale di umidità sembra scesa, si respira
meglio, ma è arrivato un potente sole a farci compagnia. Quello che
ancora non sappiamo è che quel sole sarà un costante e affezionato
compagno di viaggio e che gran parte dei km saranno percorsi a cielo
aperto, senza l’ombra di un albero.
Non sappiamo nemmeno, però,
che lasciato il Parco di Turona, in pieno bosco, prima di affrontare
un lunghissimo sterrato con lievi pendenze, resteremo estasiati di
fronte allo spettacolo offerto da centinaia di papaveri.
Condivido con voi ciò che è apparso ai nostri occhi.
Acqua e cibo
ritemprano il fisico, ma nulla è paragonabile alla meraviglia
offerta da una distesa di rosso fiammeggiante, che contrasta con
ciuffi di ortiche altissime (ci sovrastavano in altezza) e querce e
noccioleti che non pensavo di trovare a quella altitudine.
Appagati da tanta
bellezza, iniziamo ad avere un po’ fame: per tenere leggero lo
zaino non abbiamo preso panini, ma lo stomaco borbotta. Chiamiamo il
caseificio dell’Azienda
agricola Amaltea, che dovrebbe essere a pochi km. Prenotiamo un
tavolo per due e ci gustiamo nuovamente salumi e formaggi, pane
fresco e una squisita panna cotta con crema di ciliegie.
Non possiamo
fermarci troppo, perché sappiamo che quando i muscoli si raffreddano
la fatica raddoppia. Si riparte e si cammina ancora, fino ad arrivare
al cartello che indica Bagnoregio.
Siamo in alto e per raggiungere il
nostro hotel ci tocca scendere e poi risalire nuovamente. Ma
approdiamo ad un gioiellino addobbato da fiori che già nel nome
tradisce la sua vera natura: si chiama Hotel
Divino Amore, è silenzioso, tranquillo, con camera ampia e
pulita.
La gentile signora alla reception ci dice che se vogliamo
mangiare a Civita è meglio prenotare, in quanto quel fine settimana
la cittadina è in festa. Dobbiamo ancora camminare un poco per
raggiungerla, quindi prima ci concediamo una doccia e un paio d’ore di
relax in stanza (così finisco di leggere La Mondina, di cui a breve
fornirò recensione).
Lavati e profumati, indossiamo il cambio e
raggiungiamo Civita di Bagnoregio.
Che spettacolo!
Arroccata sul tufo, è uno spazio senza tempo. In alcuni angoli mi
sembra di ritrovare l’atmosfera della mia Sacra di San Michele,
millenaria abbazia della Regione Piemonte.
Ho coronato un
sogno: volevo visitarla da anni, finalmente ce l’ho fatta. Ed il valore aggiunto è che ci sono arrivata con le mie gambe.
A proposito di
gambe, anche loro meritano un premio: per questo le mettiamo sotto il
tavolo, accomodandoci presso l’Osteria
al forno di Agnese, dove
ho gustato un piatto di paccheri con pomodoro, burrata e pistacchi
veramente eccezionali.
Non da meno il vino bianco locale che li ha
accompagnati: ora ho capito perché gli stranieri amino così tanto
il nostro Bel Paese.
La piazza di Civita
si sarebbe dovuta animare con un concerto intorno alle 21.30 ma,
tolta qualche prova, alle 22 non era ancora iniziato nulla e visto
che mancavano ancora una ventina di minuti di cammino per raggiungere
la stanza, abbiamo optato per il rientro in hotel. Non prima, però, di scattare alcune immagini di un fantastico cielo tinto di rosa e dello spettacolo notturno.
Terza tappa: Civita
di Bagnoregio-Orvieto.
Facciamo colazione
in hotel in una sala tutta per noi. Non c’è nessun altro, solo una bella corrente che fa svolazzare una tenda. La voglia di lasciare
la struttura è pari a zero, ma dobbiamo tornare al punto di
partenza. Ci incamminiamo,
portandoci negli occhi la bellezza della città che muore,
attraversando un sentiero che fiancheggia i calanchi per raggiungere
il borgo di Lubriano.
La nostra guida
cartacea parla di una ripida salita con pendenza del 13% ma che sarà
mai dopo quella del Tamburino del primo giorno? Qui casca l’asino: oltre che dritta, è sotto il sole cocente. Ci tocca quindi percorrerla a
tappe, cercando sollievo nei rari punti ombreggiati, prima
dell’ultimo tratto percorso sull’asfalto bollente, che culmina con l'agognato arrivo alla
piazza sulla sommità.

Anche qui la vista panoramica è
appagante e ci rendiamo conto che talvolta basta davvero poco per essere felici: un bel
viale alberato e una fontana ristoratrice alla quale troviamo ad
approvvigionarsi un nutrito gruppo di camminatori come noi.
Sento suonare le
campane: a festa e non a morto, per fortuna (anche se pochi minuti prima mi sembra
di essere andata molto vicino alla mia fine). Scende una
bimba da un’auto, indossa il vestito della Prima Comunione. Anche
per lei oggi è una tappa importante del cammino della sua vita.
Da Lubriano in poi
il tragitto si fa meno ripido. Non che sia tutto in piano, ma le
salite sono meno faticose, anche perché condividiamo il tratto con
due ragazzi del salernitano, due ingegneri, Simone e Riccardo,
loquaci e simpatici. Il dialogo ci distrae.
Proviamo a
contattare La Cacciata, che dovrebbe essere un punto ristoro sulla
sommità di un colle, ma il telefono squilla a vuoto e non risponde
nessuno. Arrivati in loco, scopriamo che è chiuso: é domenica, ad
Orvieto è gran festa per la Pentecoste e la sfilata in costume. Che siano andati
tutti là? Il posto è deserto, i servizi igienici sono a
disposizione, ma di mangiare non se ne parla.
Nello zaino ho solo
più un sacchetto di frutta secca e inizio a preoccuparmi anche
dell’approvvigionamento idrico; so che dovrò centellinare l’acqua
fino all’arrivo, ma fa piuttosto caldo.
Ci fermiamo un
attimo all’ombra, sulle sedie in ferro battuto che troviamo nel
giardino. Insieme a noi quattro sosta un gruppo di camminatori romagnoli che
commenta le vesciche ai piedi. Noi per fortuna ne siamo usciti
indenni, avendo portato le scarpe più comode e rodate del nostro
guardaroba ed essendoci equipaggiati prima della partenza con calze
tecniche.
La preoccupazione
per le scarse risorse alimentari/idriche cede il passo all’applauso
quando scorgiamo, durante il cammino nuovamente intrapreso, un
provvidenziale tavolino posto all’ombra di un albero. Su di esso
trovano posto due frigoriferi da campeggio in cui sono a disposizione
bottiglie di acqua fresca, succhi di frutta, barrette e, di fianco,
alcune schiacciatine confezionate.
Incredibile a dirsi, c’è anche
una cassetta chiusa in cui ciascuno può lasciare un’offerta in base a ciò che consumerà. Mi
stupisco che sia ancora lì e soprattutto non sia ancorata, ma forse
il luogo difficilmente raggiungibile se non da chi intraprende il
cammino e l’ottimismo di chi ha pensato a ristorarci sono un
potente deterrente contro i furti.
Ringrazio ancora una
volta di non vivere ai tempi di Larth e mi rimetto in cammino.
Ad un
certo punto è d’obbligo la sosta per la foto. Ci appare infatti in
lontananza Orvieto. Ci sembra impossibile, ma ce l’abbiamo quasi
fatta.
Io mi preoccupo
ancora una volta al pensiero della salita che ci riporterà sulla
cima della città vecchia, ignara del fatto che la discesa a volte è
peggio. Infatti, prima di arrivare al convento di San Crispino dei
frati minori cappuccini e anche dopo, il passaggio è obbligato in un
bosco caldo, con pietre scivolose e una pendenza che mette di nuovo
alla prova quadricipiti e ginocchia.

Orvieto ci aspetta: una volta raggiuntala, andiamo
all’ufficio del Turismo a farci consegnare l’attestato dopo aver
presentato le nostre credenziali del camminatore. Il costo
dell’attestato è di 1 euro, ma solo noi conosciamo la fatica e la
soddisfazione che si nascondono dietro quel pezzo di carta.


Sappiamo anche che
quello dell’intrepido Larth è stato il nostro primo cammino
ufficiale, ma, se il destino lo vorrà, non sarà l’ultimo. Ci
abbiamo preso gusto.
E non parlo di quello enogastronomico che
comunque è stato un valido compagno di questi giorni, ma di quello
che una vecchia pubblicità citava nel suo refrain: il gusto pieno
della vita.
Vita che non deve essere
solo e sempre costellata di lavoro e pensieri, ma anche di un buon investimento di
quel tempo di cui parlavo proprio all’inizio di questo lungo post.