pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

lunedì 2 febbraio 2026

NOBODY'S GIRL: L'ABERRANTE STORIA DI UNA DONNA ABUSATA PER TUTTA LA SUA BREVE ESISTENZA


Nobody"s Girl, ovvero la ragazza di nessuno. 

Eppure, nel suo libro edito in Italia da Bompiani, Virginia Roberts Giuffre  racconta le brutalità commesse da chi, in virtù della sua potenza economica e della notorietà, pensava che lei potesse essere la ragazza di tutti.

Un libro denuncia, pubblicato postumo su espressa volontà dell'autrice, che si è tolta la vita nel 2025. O, meglio, questa è la notizia che ci è giunta, sulla cui veridicità confesso di nutrire alcuni dubbi. Soprattutto per il fatto che la donna,  come riportato anche nel volume, aveva detto ai familiari più stretti di diffidare di chiunque avesse attribuito la sua morte ad un suicidio. 
Virginia temeva per la sua incolumità e per quella della sua famiglia. C'erano nomi troppo altisonanti nel parterre di chi l'aveva abusata a lungo, gettandola in uno stato di prostrazione fisica e anche mentale. 
Madre amorevole di 3 figli, violata dal padre e da un amico quando aveva soltanto 7 anni, con il suo memoir steso nell'arco di quattro anni ha fatto luce - o perlomeno ha tentato di farlo - su alcuni degli innumerevoli casi di abusi sessuali che insozzano il mondo.
Data in pasto a decine di persone ricche e potenti, Virginia è stata usata, umiliata, trasformata da giovane adolescente nel fiore dei suoi anni a schiava sessuale privata di qualsiasi dignità. 
Sicuramente. è stata più fortunata dopo le nozze, celebrate in giovane età: ha trovato un uomo amorevole, che l'ha amata di quel sentimento profondo che in precedenza le era sempre stato negato. 
Forse, suo marito Robert è riuscito a farle cambiare idea sulla razza umana, mostrandole il lato bello del cosiddetto sesso forte. O, probabilmente, è quello che mi piace pensare.  
La molla per denunciare è scattata con la nascita del terzo figlio, la prima femmina dopo due maschietti. Virginia, guardandola negli occhi, ha capito che fosse giunto il momento di dare inizio alla sua battaglia, per evitare che altre donne dovessero subire le stesse sofferenze che avevano contraddistinto la sua gioventù.
Non ha esitato a denunciare gli abusi subiti: ha fatto nomi di persone importanti, che frequentavano Jeffrey Epstein, ex finanziere convinto che i suoi soldi potessero permettergli tutto, anche raccapriccianti condotte illecite. Nello specifico, abusi sessuali e cessione di minori per soddisfare le peccaminose voglie di amici e frequentazioni strette. 
Epstein non è arrivato al processo: si è vigliaccamente suicidato in carcere, dove era preventivamente detenuto. 
Nelle ultime righe del memoir Virginia affermava di avere una bomba emotiva ad orologeria nel suo corpo. Per disinnescarla servivano amore, verità, comprensione, assenza di giudizio e soprattutto empatia. 
Quell'empatia che le è mancata per troppo tempo e che - a giudicare dai commenti sui social che si possono trovare ancora oggi, a quasi un anno dalla sua scomparsa (è morta nell'aprile 2025) -  continua ad essere assente, sostituita da pesanti giudizi nei suoi confronti. 
Il  traffico sessuale di minori, sia maschi che femmine, è molto più diffuso di quanto pensiamo. Questo libro, crudo e raccapricciante, ci apre gli occhi su una triste realtà che dobbiamo cercare di combattere in qualsiasi modo. 
Ci sono fondazioni create appositamente per contrastare questi comportamenti e dare sostegno a chi trova il coraggio di denunciare, superando la comprensibile preoccupazione che l'esporsi al giudizio pubblico può provocare. 
Ma anche soltanto avere il coraggio di affrontare certe letture, che ci conducono in gironi infernali che pensiamo possano esistere soltanto nelle trame dei film horror, è già un primo passo. 
Si tratta di vicende che talvolta sono nascoste dalla porta di casa dei nostri vicini, ma che Virginia ha tirato fuori - chissà con che fatica -  dai cassetti della sua memoria, per rivelare al mondo intero tutte le aberrazioni di cui è capace l'essere umano .
"Ciascuno di noi - scriveva - può essere artefice di un cambiamento positivo. Spero in un mondo in cui i predatori vengano puniti. Immaginarlo è il primo passo. E se questo libro ci permetterà di avanzare anche di un solo centimetro verso quella realtà, se aiuterà anche una sola persona, avrò raggiunto il mio obiettivo". 
Lo scriveva mentre era ancora in vita, ma sono certa che il suo sacrificio non sarà stato vano se saremo in grado di raccogliere il suo testimone. Se, animati dal suo stesso senso di giustizia, pur non essendo (per fortuna) stati coinvolti in maniera diretta da queste incredibili vicende, continueremo a sottolineare l'importanza della denuncia. 
Facendo attenzione ai gesti, agli atti, ma anche alle parole. 
Perché, ed è notizia di questi giorni, termini come dissenso, consenso e volontà contraria vanno usati a proposito e non a casaccio. Perché le parole sono armi. E il rischio che vengano interpretate come  lasciapassare anziché espressione di negazione è sempre dietro l'angolo. 

martedì 20 gennaio 2026

INVECE DELLA TOMBOLA DI NATALE, UN BEL MISTERO. CHI SARA' L'ASSASSINO SULL'ISOLA?


La scrittrice scozzese Val McDermid ha definito il giallo "Sull'isola con l'assassino" di Alexandra Benedict, edito da Newton Compton Editori,  "Il regalo perfetto per gli appassionati di enigmi e di gialli".  Credo che anche chi non è particolarmente interessato al genere potrebbe comunque scoprirsi parecchio coinvolto, data l'avvincente trama che tiene il lettore con il fiato sospeso fino all'ultima pagina. 

Ambientato sull'isola di Holly Island, l'isola dell'agrifoglio, il giallo fa tremare tutti gli invitati all'Aster Castle Hotel, albergo diretto da Mara Morecombe-Clark. La donna ha investito tempo, denaro e tutte le sue energie per renderlo sfavillante. Per  presentare il suo piccolo gioiello appena restaurato  ha infatti organizzato una sorta di inaugurazione ad inviti, riservata ad un numero ristretto di persone.

Si tratta di figure di un certo livello, dall'influencer al poliziotto, che trascorreranno insieme tre giorni a cavallo del Natale, attorniati da parecchie attenzioni, affinché il loro soggiorno sia davvero memorabile. 

Tra gli invitati spicca Edie O' Sullivan, nota risolutrice di giochi enigmistici, che viene ospitata insieme alla compagna Riga, al loro cagnolino ed al figlio (che in realtà è un nipote) Sean.

Edie è impaziente di trascorrere un Natale da ricordare. Nelle prime pagine del libro la troviamo pronta ad immaginare le lunghe passeggiate invernali, il relax davanti al camino, i libri da leggere che già pregusta. Insomma, mentre sta per raggiungere l'isola non fa mistero di avere tutte le intenzioni di godersi una super vacanza.

Già le premesse non sono delle migliori, perché una violenta tempesta imperversa e raggiungere l'isola non è così semplice. Ma grazie anche ad un'impeccabile organizzazione, Edie e compagni arriveranno sani e salvi all'albergo. Completamente ignari, direttrice inclusa, che li attende un Natale che resterà loro impresso, ma non certo positivamente. Saranno infatti coinvolti in una caccia al killer, con il rischio di rimanerne vittime. 

Sembra infatti che un assassino abbia deciso di punire qualcuno per le sue malefatte, ma non è chiaro a chi e a quali reati si riferisca. Così gli invitati, in un terrore crescente, si trovano a dover confessare pubblicamente i pesi delle loro coscienze, sperando di alleggerirsi e al contempo venire risparmiati dalla follia omicida. 

Le prime avvisaglie hanno già preoccupato la direttrice. Per l'occasione, infatti, la donna ha fatto realizzare una miniatura del castello, con tante statuette che raffigurano ognuno degli ospiti. Osservandola prima di mostrarla ai suoi genitori, Mara scorge riprodotta all'interno una scena atroce: suo padre giace a terra in una pozza di sangue e un minaccioso biglietto la fa preoccupare. La donna si confessa con la sua governante, ma le chiede di mantenere il riserbo sulla questione, pensando ad uno scherzo di pessimo gusto. Ha tante cose da fare, quella è soltanto una spiacevole parentesi di qualcuno che vuole farsi beffa di lei.  Chi sarà stato?

Il luogo ha comunque un passato non proprio invitante: i proprietari precedenti, che avevano acquistato l'isola da un membro della casa reale per farne un luogo di villeggiatura per la loro numerosa famiglia, sono stati segnati da un evento luttuoso. Due dei loro figli sono infatti annegati tra i flutti e su Holly Island aleggia quindi un'aura di luogo maledetto, anche se molti pensano si tratti di semplici dicerie. 

L'autrice è abilissima a alternare diversi stati d'animo, spostandosi rapidamente tra allegria e preoccupazione. Tra luci, festoni,  fiocchi di neve che fluttuano tra freddi vortici ventosi e prelibatezze alimentari, il vernissage ha inizio. 

Ma già poche ore dopo l'arrivo degli ospiti, uno di loro muore in circostanze misteriose. In breve tempo le morti diventeranno quattro e tra chi alloggia al castello inizia a insinuarsi il sospetto. Chi è l'assassino? Non può che essere nascosto tra gli invitati superstiti, dato che l'isola è completamente deserta e i soccorsi non possono attraccare per via della tempesta in corso. 

Gli invitati non possono essere raggiunti ma non possono  nemmeno scappare, perché il maltempo ha completamente isolato la struttura. Sono pertanto costretti a fare buon viso a cattivo gioco, alternando la degustazione di prelibate portate e liquori alle elucubrazioni mentali per risolvere gli enigmi contenuti nei cracker di Natale. Si tratta di piccoli gadget delle feste che l'assassino ha predisposto per ciascuno di loro, inserendovi riferimenti personali  che risulta difficile capire dove abbia scovato, accompagnati da indovinelli. 

Edie, forte della sua esperienza enigmistica, si trova costretta a cambiare i suoi piani iniziali. Niente vacanza rilassante, bensì il compito di sbrogliare la matassa. Una matassa che, man mano che passano le ore, si complica sempre più. Gli omicidi aumentano e tutti gli invitati si osservano sospettosi. 

Il libro è molto scorrevole, intrigante e appena ci si fa un'idea del potenziale assassino si è costretti a cambiarla perché il malcapitato muore. Edie O' Sullivan odia il Natale (leggendo scoprirete perché) ma pare che anche l'autrice non abbia particolarmente a cuore il periodo delle festività, dato che ben quattro dei suoi cinque libri pubblicati con Newton Compton sono ambientati in quei contesti. 

A quanto pare, mentre tutti pensano ad essere più buoni, Alexandra Benedict si professa Grinch disseminando terrore tra gli abeti, i dolciumi e le luci sfavillanti. Io  questo libro l'ho ricevuto sotto l'albero nelle feste appena concluse e - nonostante la trama poco allegra - lo ritengo uno splendido regalo di Natale. 

domenica 11 gennaio 2026

JEAN RENO, DA ATTORE A SCRITTORE. EMMA, IL SUO PRIMO THRILLER, CONIUGA AZIONE E SUSPENCE


Se penso a Jean Reno, noto attore di origine andalusa, la mia prima associazione mentale è quella con il film Nikita del regista Luc Besson, datato 1990. Nella pellicola francese di grande successo Jean  impersonava la figura dell'agente segreto che coinvolgeva la donna in missioni di spionaggio. 

Molte altre sono state le sue interessanti interpretazioni cinematografiche, ma solo recentemente  l'ho scoperto nella nuova veste di scrittore. Il suo esordio in campo letterario si intitola Emma, edito da Longanesi e, dopo averlo letto, mi sento proprio di affermare "Buona la prima!". 

Il thriller, sulla cui copertina campeggia la figura controluce di una ragazza di cui non vediamo il volto, racconta la vicenda di Emma, affascinante massaggiatrice bretone che rilassa il corpo e la mente dei suoi clienti nel centro benessere di lusso nel quale lavora. Emma, abituata a risollevare il prossimo, porta invece sulle sue spalle il peso della gravosa perdita della madre Jeanne.

La donna è infatti deceduta in seguito ad un incidente stradale. Al volante della vettura coinvolta in uno scontro c'era proprio Emma, che non si dà pace per l'accaduto e si sente responsabile della prematura scomparsa della mamma. 

Neanche la stima dei suoi clienti, che apprezzano il suo tocco magico e chiedono che, tra le tante addette del centro sia proprio lei ad effettuare loro massaggi, riescono a ricomporre la vita di Emma, andata in mille pezzi dopo quel tragico giorno. Sono passati 9 anni dall'evento, ma Emma non riesce a smettere di pensarci. 

Il centro benessere è in fibrillazione per l'arrivo di una delegazione di omaniti che dovrà scegliere la struttura cui affidare la formazione del personale di un nuovo centro benessere a Mascate. Due sono le sedi  candidate ma, tra i tanti dipendenti della struttura bretone, proprio Emma viene scelta per effettuare un massaggio all'affascinante Tariq Khan, figlio del vicepremier omanita. 

Il loro incontro sarà teatro di uno scambio energetico incredibile: dalle mani di Emma un fluido benefico si spanderà sul fisico scultoreo di Tariq. Ma anche la ragazza beneficerà di quell'incontro, rendendosi immediatamente conto che qualcosa di nuovo sta per arrivare nella sua vita. 

Emma sarà infatti scelta personalmente da Tariq per la formazione del personale: le sarà proposto di trasferirsi 4 mesi in Oman, con uno stipendio da favola e ogni sorta di benefit. Perché rinunciare a una simile offerta? Cosa ha da perdere Emma? Nulla: da tempo non esce con amici, non frequenta uomini, ha una vita piatta in compagnia del suo gatto. Affidato temporaneamente l'animale all'amica Penelope, congedatasi da suo padre, Emma è pronta ad affrontare l'impegno richiesto. 

Quello che non sa è che anche Tariq non è rimasto indifferente al loro primo incontro: benché sia promesso sposo ad una giovane donna omanita, è rimasto stregato dalla bellezza di Emma e profondamente turbato dal tocco delle sue mani. Non l'ha mai dimenticata dopo quell'unico incontro e, con il pretesto della formazione in loco,  si fa raggiungere nella sua terra per dare slancio ai suoi sentimenti. 

Verrebbe da mettere in guardia Emma ricordandole il detto "moglie e buoi dei paesi tuoi" che non è propriamente privo di fondamento ma, si sa, la curiosità è femmina, l'occasione ghiotta e una nuova storia d'amore è dietro l'angolo.

Ancora una volta, però, Emma non avrà vita facile: non dovrà solo mettere alla prova le sue capacità lavorative, ma anche la sua forza interiore e la tempra amorosa. Suo malgrado sarà coinvolta in un affare di Stato e dovrà scegliere al fianco di chi schierarsi, oltre a cercare di portare a casa sana e salva la pelle. 

Emma farà la scelta giusta? Tradirà l'amato Tariq, pronto ad ottenere tutto quel che vuole con un solo schiocco di dita, proprio come fanno i potenti? La giovane donna, inseguita e aggredita in terra straniera, si salverà oppure no?

Lo saprete soltanto alla fine delle 315 pagine del racconto, In un saliscendi di stanze sotterranee, incredibile sfarzo, gare cammellate, intensità erotica, adrenalina, lezioni di massaggio, feste per espatriati, bracciate in piscina, spezie, profumi e colori dei mercati locali, vi troverete a fare il tifo per Emma e per la riuscita della sua fuga con rientro in Francia. Perché, come spesso accade, la vita immaginata è diversa da quella vissuta. 

E anche se il principe azzurro anziché con la scarpetta di Cenerentola arriva con un asciugamano di spugna a cingergli i fianchi su un lettino da massaggio, non sempre tutto quello che luccica è oro. Oppure, se lo è, ha un prezzo esorbitante: vale quanto la propria vita e libertà. 


lunedì 5 gennaio 2026

GENITORI NON SI NASCE, LO SI DIVENTA. E NEL TEMPO SI IMPARA SEMPRE QUALCOSA DI NUOVO


Un padre e un figlio, divisi a metà (raffigurati in copertina vediamo solo una parte di loro), ma uniti da un telefono senza fili realizzato con due barattoli collegati da un filo rosso. Uno di quei mezzi di comunicazione con il quale chissà quante volte abbiamo giocato da bambini, che funzionano benissimo anche grazie ad una buona dose di fantasia.

È questa l’immagine di copertina di “Ti telefono stasera”, ultima fatica dello scrittore partenopeo Lorenzo Marone, edito da Feltrinelli.

Di questo autore ho già letto in passato parecchi volumi e tutti mi hanno lasciato un ottimo ricordo. Non da meno è anche questo ultimo romanzo, che approfondisce il rapporto tra un padre e un figlio, offrendoci importanti spunti di riflessione e simpatici siparietti che suscitano allegria.

Giobatta Coppola, per gli amici Giò, separato dall’ex moglie (che ha soprannominato Veleno ed è inutile vi spieghi perché), non ha un gran rapporto con il loro figlio, Duccio, che vive con la mamma.

La donna è molto categorica: vieta al bambino dolciumi, fritture, gli impone rituali lavaggi serali, gli fa frequentare un corso di nuoto. Insomma, si comporta come gran parte delle madri (faccio ammenda, appartengo alla medesima categoria) che, credendo di agire per il loro bene, impongono comportamenti che ai bambini non fanno molto piacere, privandoli di quella spontanea libertà che dovrebbe invece caratterizzare l’infanzia.

Improvvisamente, la donna deve partire per un anno di lavoro all’estero.

Ad occuparsi di Duccio sarà quindi il papà, che dovrà ricalibrare la sua vita sulla base delle esigenze del bambino. Pargolo che, nonostante i suoi soli 9 anni (quasi 10) di vita, vanta già una buona dose di saggezza che lascerà di stucco anche il genitore.

Giò ha una vita che si potrebbe definire abbastanza standard: il suo lavoro consiste nel leggere le previsioni del tempo in tv e questa sua popolarità gli consente anche di avere una buona presa sul parterre femminile. Lui, comunque, dal canto suo non si tira mai indietro, anzi: non perde infatti occasione per fare il cascamorto con donne che non appartengono alla sua fascia d’età. Ha 50 anni, ma il suo standard di donna tipo è di almeno 15 anni più giovane.

È insomma il classico uomo farfallone, che fugge appena la fidanzata di turno manifesta l’intenzione di avere un figlio. Lui, che un figlio ce l’ha già, pur non avendogli mai dedicato tanto tempo, non sente affatto l’esigenza di diventare nuovamente padre.

L’arrivo di Duccio nella vita di Giò cambierà le percezioni profondamente egoistiche dell’uomo, facendogli ripercorrere tutta la sua vita. Gli offrirà l’occasione di porsi interrogativi sulla felicità, mostrandogli quanta fatica sia necessaria per crescere un figlio.

Giò non avrà più tempo per nient’altro che non sia dedicarsi al bambino, portarlo a scuola, fargli fare i compiti, accompagnarlo alle attività sportive e rispondere alle numerose domande che il figlio, dapprima schivo e poco propenso ad aprirsi a manifestazioni di affetto nei confronti del genitore, gli porrà nel corso dei mesi della loro convivenza.

Quando Duccio dovrà far ritorno dalla mamma, Giò proverà quella stretta al cuore che mai aveva avvertito prima. Ma, al contempo, si renderà anche conto delle sue fragilità e paure da uomo adulto, nonché della crescita personale e dell’arricchimento che l’arrivo del bambino hanno portato nella sua vita.

La storia contempla anche altri personaggi, tra cui spiccano la madre e il padre di Giò, i suoi ex suoceri, la sorella minore Lulù e il nipote Riccardo, la loro gatta Mafalda, l’amico del cuore Paco Meraviglia, flirt temporanei e ex compagni di scuola.

Nessuno, però, ha uno spazio importante nella vita di Giò come quello che Duccio torna ad occupare.

Lorenzo Marone scrive una bella frase nel libro: “Fare famiglia è imparare a danzare nel disordine”.

Ma la danza è espressione di allegria e felicità, in grado di sovrastare quel caos senza il quale le nostre vite sarebbero tutte uguali, monotone e davvero noiose. Lorenzo Marone, da padre separato, sa quanto sia difficile crescere e gestire un figlio. Ma sa anche quanto sia altrettanto complesso e impossibile riempire quel buco profondo che la sua assenza può provocare. Ed è probabilmente proprio questa sua consapevolezza che ha ispirato la vena creativa del romanzo, regalandoci uno spaccato familiare profondo, molto piacevole e scorrevole da leggere.

martedì 30 dicembre 2025

PREDATORI: UNA DISCESA ALL'INFERNO PER STOMACI FORTI, CONDOTTI DA STEFANO NAZZI


Il clown è per antonomasia un soggetto che piace ai piccoli. E infatti John Wayne Gacy, quando vestiva i panni dell'allegro pagliaccio Pogo, era l'anima delle feste dei bambini. Peccato che al suo profilo in pubblico si contrapponesse un'atroce spietatezza nel privato: John era la stessa persona che faceva divertire i bimbi e uccideva adolescenti seppellendoli sotto il pavimento della sua abitazione.

La sua storia, insieme a quella di molti altri squilibrati del genere, è magistralmente raccontata in "Predatori" di Stefano Nazzi, edito da Mondadori per la collana Strade Blu.

Il volume ci presenta soltanto una minima parte del lungo elenco di spietati assassini che, tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso, tennero sotto scacco l'FBI, lasciandosi appresso scie di sangue e morte.  Il male si nascondeva ovunque in quel periodo, tanto che gli inquirenti arrivarono a definire il momento "l'epidemia", che dà anche il titolo al primo capitolo del libro. 

Nelle circa 250 pagine di Predatori ci sono dettagli pieni di orrore, ricostruiti grazie alle confessioni dei serial killer e alle relazioni di due agenti dell'FBI, Robert Ressler e John Douglas. I due iniziarono a studiare gli assassini tracciando una sorta di mappa delle loro personalità. Profilarono i soggetti cercando schemi, modelli e elementi ricorrenti nelle abominevoli stragi che con stragrande frequenza costellavano le cronache dell'epoca. 

Bisogna essere appassionati del genere, per leggere questo libro. 

Ma anche essendolo, come nel mio caso, si rimane senza fiato dinnanzi a incredibili violenze, sezionamenti di corpi, torture, inganni. Non mancano le provocazioni:  c'è chi è felice di farsi dare la caccia, addirittura chi lascia la firma sul luogo del delitto, come il capo scout Dennis Lynn Rader, noto come BTK (acronimo di Bind, Torture, Kill, ovvero lega, tortura, uccidi). Sposato, membro della chiesa luterana di Cristo, con fantasie sessuali perverse,  Dennis fu acciuffato soltanto dopo 31 anni dal primo omicidio. Nemmeno la moglie e i figli capirono con chi condividevano la vita e l'abitazione. 

O meglio, probabilmente per la moglie -  a giudicare da quanto è scritto nel libro -  fu più facile, dopo essersi accorta di alcune stranezze nei comportamenti del marito,  fare finta di niente invece che agire (e io non mi capacito di come abbia potuto farlo).

Non anticipo nulla del volume, perché conosco la suspence che guida il lettore pagina dopo pagina e non voglio rovinare la sorpresa. L'ho letto in 24 ore, perché ogni volta che pensavo di chiuderlo mi riproponevo di affrontare  soltanto più la storia successiva, che poi cedeva inevitabilmente il passo a quella dopo ancora, tanto era coinvolgente la narrazione.  

Uno dei più famosi serial killer, Ted Bundy, disse: "Siamo i vostri figli, siamo i vostri mariti, siamo dappertutto".

Oltre alle storie che ho letto, è proprio questa frase che mi inquieta maggiormente. 

Da chi siamo circondati? Quanto sappiamo dei nostri vicini di casa, congiunti, colleghi di lavoro?

Questi uomini (ma non mancano le donne) sono stati giustiziati o imprigionati, ma quanti ne circolano ancora e non soltanto in America?

Rabbrividiamo leggendo cronache di violenze, stupri, omicidi, ma ci sembra che siano eventi molto distanti da noi. Invece, non possiamo fare previsioni. Solo, sempre, incrociare le dita sperando di non fare brutti incontri. 

Alcune potenziali vittime raccontate nel libro si sono salvate: non era il loro attimo per morire, il killer ha cambiato idea all'ultimo momento, sono riuscite a scappare oppure altre congiunzioni favorevoli hanno fatto sì che venissero risparmiate. 

Ma se al cinema siamo stati affascinati da Hannibal Lecter de "Il silenzio degli innocenti" perché sapevamo che si trattasse di finzione, lo saremmo altrettanto venendo a sapere che il nostro vicino di pianerottolo si nutre di carne umana?

Ho esagerato, certo, ma il male non è solo oltreoceano. Si annida ovunque, ci costringe a vivere sempre con le antenne vigili. E a volte non basta. 

Perché i predatori sono sempre esistiti e altri ne arriveranno.

Ma non sempre esistono giornalisti e scrittori tanto abili, come nel caso di Stefano Nazzi, nel ripercorrere le indagini e trasformarle in racconti. Storie  che, pur facendo inorridire, sono scritte  talmente bene da riuscire, nonostante tutto, a farci digerire fatti tanto cruenti. 

giovedì 4 dicembre 2025

Vita nel titolo e tra le pagine dell'ultimo romanzo di Viola Ardone


Si dice che al cuor non si comandi. E, quando il cuore è quello di una mamma, anzi di due, è praticamente impossibile dirgli cosa fare. 

Sarà sempre l'istinto materno, infatti a prevalere su qualsiasi altro impulso. 

Proprio di due madri si parla nel nuovo meraviglioso romanzo di Viola Ardone, edito da Einaudi, che si intitola "Tanta ancora vita". 

Le due donne in questione si chiamano Vita e Irina. Irina è ucraina e lavora a casa di Vita, a Napoli, come domestica.  Ha lasciato un figlio e un nipote nella sua terra d'origine.

Vita, invece,  ha perso un figlio in un incidente stradale e da allora annega nella tristezza. Si è separata dal marito, un giornalista che si chiama Massimo Mezzanotte e trascorre le sue giornate in preda alla depressione. Malattia  cui ha anche dato un nome: l'ha chiamata Orietta. 

Vita ha battezzato il pappagallo che vive nella sua casa con il nome del suo ex marito: Massimo. 

Io ho riso davvero di gusto quando, a pagina 75, ho letto lo sfogo di Irina dopo aver trovato il divano sporco di guano. 

Va detto che Irina ha imparato l'italiano leggendo le opere di Dante e quindi non parla una lingua contemporanea, bensì si esprime come un poeta del Duecento.  Oltretutto, essendo straniera, spesso le sue frasi sono prive di articoli e già sufficientemente comiche senza dover essere infarcite di ulteriori particolari.

"Uccello cacato divano. Quando uccello torna sua casa Amazzonia? Libertà va cercando, ch'è sì cara, dice anche padre Dante. Questa stanza è giardino di zoo da quando andato via Massimo marito". 

Anticipo queste frasi soltanto per far capire il tenore dei suoi interventi. Potrei proseguire con altri simpatici aneddoti, ma rovinerei la sorpresa al lettore, che tra le pagine di questo libro troverà più di un motivo per sorridere. 

Il romanzo si snoda attraverso il viaggio di Kostya, il nipotino di Irina, in fuga dall'Ucraina in guerra. Nel suo trasferimento diretto a casa di Vita, dove dovrà incontrare la nonna (che non sa nulla della sua fuga)  Kostya non farà mistero delle sue paure e perplessità. Nonostante sia ancora un bambino,  ha un grado di maturità decisamente superiore a quello che ci si aspetterebbe da lui. Merito, anzi, colpa, delle difficoltà che la vita gli ha già posto davanti nella sua pur breve  esistenza. Vita se lo ritrova una mattina acciambellato sullo zerbino di casa. 

Kostya stravolgerà le giornate di  Vita. La motiverà ad andare avanti  proprio quando la donna era pronta a scivolare nell'apatia e nello sconforto. Tra i due si instaurerà un legame forte, specialmente quando il bambino sarà affidato alle cure di Vita mentre la nonna farà rientro in Ucraina per cercare il figlio, partito per il fronte di guerra,  di cui da tempo non ha più notizie. 

Irina cerca il figlio disperso speranzosa di trovarlo ancora vivo, Vita sa che suo figlio è morto ma si impegna per aiutare un'altra madre nella sua ricerca. Due donne profondamente diverse, accomunate da un sentimento d'amore nei confronti dei loro eredi.  

Ne è passato di tempo da quando Vita ha avuto a che fare con un bambino di quell'età. Ma non ci si dimentica mai di come si faccia ad essere madre. E infatti Vita si fa carico di tutte le sue responsabilità, trova una motivazione per non abbandonarsi allo sconforto che Orietta le provoca e instaura un rapporto profondo con Kostya. 

Sarà proprio lei ad accompagnare il bambino nel viaggio di rientro in Ucraina, sulle orme della nonna.  Vita e Kostya, fianco a fianco. scopriranno di volersi bene. E, nella mattina raccontata nell'ultimo capitolo, seduti in auto vicino ad un fiume, si fermeranno a riflettere, pervasi da un alone di speranza. Quella speranza, alimentata dal fuoco dell'empatia, che caratterizza tutti i romanzi di Viola Ardone. 

L'autrice firma testi uno più bello dell'altro, da sempre garanzia di letture entusiasmanti, tradotti in tutto il mondo. Libri che, anche quando parlano di lutti e tragedie, riescono sempre a far vibrare le corde dell'anima. 

Perché Viola Ardone, come recita la quarta di copertina, sa che "ogni figlio nato sulla terra è il figlio di tutte, di tutti". Ma, soprattutto, sa come raccontare storie profonde facendo sentire il lettore sempre parte integrante della storia e non semplice spettatore di qualcosa che sta accadendo e non lo riguarda da vicino.  



domenica 12 ottobre 2025

L' AMERICA, IL REGNO DELLE CONTRADDIZIONI

Sono appena tornata da un viaggio di 10 gg in America. 
Il sogno di molti, in particolare di mio marito. Non il mio, che sarei voluta volare in Norvegia quanto prima o piuttosto atterrare in Argentina. 
Ma ci sarà tempo, spero, per andare anche lì.

Ero scettica alla partenza per gli Usa, lo confesso. Prima di tutto perché, per usare un eufemismo, non nutro particolare simpatia nei confronti di quello squilibrato che la governa.
Speravo di ricredermi al mio rientro.
E su alcune cose è stato così. Ma sono davvero poche. Molte, invece, sono state le incongruenze che ho notato. 
Ve le racconto, magari qualcuno ha avuto la mia stessa sensazione. Oppure, penserà che la squilibrata sia io; non importa, sono tollerante nei confronti delle diversità di vedute. 

Innanzitutto, una nazione così evoluta (o che perlomeno crede di esserlo) ha tanti limiti di cui nemmeno si accorge. Una marea di contraddizioni.

Il primo? 2 ore in coda all'aeroporto per il controllo passaporti appena scesi dal velivolo. Una sorta di posto di blocco, con file a zig zag in stile Gardaland, al termine delle quali ti vengono posti interrogativi stupidi del tipo: "Dove vai? Hai qualcosa da dichiarare in valigia? Quanti contanti hai?".  Domande di routine, dopodiché  fai quello che ti pare per tutta la durata del tuo soggiorno.

Welcome!











E ora mettiti in coda e aspetta...









Nei sei hotel - e dico sei!- nei quali abbiamo fatto tappa durante il nostro viaggio che ci ha portati da NY a Boston passando per il Maine, nessuno ha mai chiesto di vedere un mio documento di identità/passaporto.
È stato sufficiente quello di mio marito. Che io potessi essere narcotrafficante, prostituta, potenziale attentatrice, non è mai importato a chicchessia.
Lui era tracciato. Io, semplicemente una sua appendice, libera di muovermi senza controllo.

Secondo aspetto: gli americani  hanno dispositivi elettronici super perfetti, scanner in aeroporto che funzionano forse meglio delle nostre tac, ma sull'igiene hanno ancora tanto da imparare. 
Innanzitutto, delle  sei strutture ricettive visitate, alcune anche di un certo livello (Hilton per intenderci), ben cinque avevano la moquette per terra, nelle camere e negli spazi comuni. 
Moquette che a me fa uno schifo incredibile, ma non ho potuto evitarla. 
Un hotel l'aveva addirittura in ascensore, decisamente maleodorante (basti pensare a quanto si inzuppi in caso di pioggia) e infatti appena si sono chiuse le porte ho iniziato a spruzzare olio di eucalipto ovunque. Lo tengo sempre in borsa per coprire odori non troppo gradevoli e meno male che ce lo avessi anche oltre Oceano. 
Vai al bagno e vuoi farti un bidet? Te li ricordi i francesi? Ecco, hanno dei gemelli qui. Non puoi, il bidet non esiste. Se vuoi farlo, devi scavalcare la vasca e tuffarti sotto il getto della doccia con tenda di plastica.
Ovvero, spogliarti interamente per un'operazione che da noi si fa in meno di 5 minuti.
Mai vista, in 10 giorni, una doccia "Walk in', solo vasche da bagno con tenda.
Ah, ricordati anche che in America è tutto oversize, eccetto gli asciugamani da bidet (grandi quanto un tovagliolo) e quelli da viso. Ho lavato i capelli, ma ho avuto difficoltà ad avvolgerli a turbante come faccio a casa (e non ho tutto 'sto testone o una chioma particolarmente folta).
Per fortuna mi sono portata prodotti per l'igiene da casa, perché solo all'Hilton di Boston ho trovato bagnoschiuma, crema corpo, shampoo e balsamo, anche di qualità. 
Negli altri hotel, il bagnoschiuma non l'abbiamo mai visto. Credo che gli americani si mettano il balsamo sui capelli, ma si lavino il corpo con lo shampoo. E non parlo di shampoo doccia, che sarebbe plausibile, ma proprio solo shampoo.
Qui però spezzo una lancia in loro favore: probabilmente puntano sulla fretta (o sulla cecità) dell'ospite; d'altronde, anche mio marito se io mettessi dell'aceto balsamico sul ripiano della doccia lo userebbe per lavarsi. 
Credo quindi che negli hotel ci siano tanti ospiti come il mio coniuge, che non fanno storie come la sottoscritta e potrebbero tranquillamente detergersi anche con la maionese.

Esempio di dimensioni fuori dalla norma: ecco un pullman

Terza criticità: la socializzazione,  argomento tabù. Non vi dico la mia tristezza nell'osservare, in particolare a pranzo, ma anche in altri momenti della giornata, persone che mangiano una zuppa, un panino o altro da sole, addentando il cibo mente il loro sguardo è rapito dallo schermo di un PC o di uno smartphone. Possibile non abbiano un/a collega preferito/a con cui (s)parlare  mentre condividono il pasto? Boh. 



La lingua merita davvero un capitolo a parte. Il loro ragionamento è: "Ehi straniero, sei tu che vieni da noi, quindi impara a parlare come noi. E se sai l'inglese scolastico, arrangiati, ma sappi che l'americano è ben diverso. Ti parleremo velocemente, se non capirai saranno problemi tuoi". Anche in aeroporto, gli annunci saranno solo in lingua locale. Al limite, verranno riproposti in  spagnolo, ma solo se quel giorno si saranno svegliati particolarmente di buon umore. E quando non ti capiranno, o tu non capirai loro, non faranno nessuno sforzo per venirti incontro. 
Se, come nel mio caso, sei vegan, termine conosciuto ben oltre i confini della nostra penisola e chiederai cibo vegan, ti daranno il gluten free. 
Che è come dire che ti chiedo una birra e mi rifili un succo di frutta. 
Non parliamo poi dei monumenti e musei: ti aspettavi audioguide in italiano? Ah, povera illusa. Manco un qr code da scansionare. 
Ascolta: quello c'è, se capisci, bene. Se no, tanto hai già pagato il biglietto e a me sai che me ne frega dei tuoi limiti.



Davvero ci vedono così?



Le vie di mezzo, queste sconosciute.
Fatevene una ragione. In America è tutto hot o iced.
Che vuol dire ustionarsi fino alle tonsille o congelarsi lo stomaco per 2 settimane.
Ora ho capito perché girino tutti per le strade con quei bicchieri in stile Starbuck's. 
Neanche volendo riesci a bere un cappuccino o caffè al volo, come si usa  da noi. 
Ti ci vuole minimo un quarto d'ora, quindi meglio te lo porti in giro. 
Se invece hai scelto una bevanda fredda, mezzo bicchiere sarà occupato dal ghiaccio.


Il fumo: per strada non si fuma. Il che, a mio avviso, è una  meraviglia. All'ingresso dei parchi cittadini i cartelli avvisano che è vietato fumare, ma anche soltanto svapare, pena una multa da 250 dollari (letto a Boston, a NY non so).
A terra non ho visto mozziconi (tra parentesi, le strade vengono lavate ogni mattina, bravi!) e nemmeno distributori automatici di sigarette.
In compenso, da mattina a sera, aleggia ovunque odore di marijuana, che in America è legale. E, se vuoi, puoi ordinare cannabis direttamente a casa, come faresti con la pizza d'asporto.

La gratitudine. Cos'è, si mangia?
Entri al supermercato o al desk dell'hotel e ti chiedono tutti: "Hi, how are you?". Ma di sapere come tu stia in realtà non gliene frega una beata cippa. Anche perché, se glielo dici e per essere altrettanto gentile chiedi come stiano loro, nella migliore delle ipotesi saranno già girati di schiena a fare altro. Oppure diventeranno muti. 
Ma allora che me lo chiedi a fare? 
Infatti, dal secondo giorno mi sono adattata ad essere cafona come loro. Credo nessuno se ne sia accorto, a parte la mia coscienza.




Avrei molto altro da aggiungere, ma mi spiace sembrare piena di pregiudizi.
Penso invece ai momenti belli di questa vacanza: il tempo incredibilmente estivo anziché autunnale, la cucina italiana gustata al mercato di Chelsea (a caro prezzo, ma squisita). Ci aggiungo le prelibatezze della meravigliosa cena con vista sul ponte di Brooklyn offerta da una mia concittadina che vive a NY e ci ha condotti in una piacevolissima visita guidata (grazie ancora Mamma Maura! We love U).

Spettacolare cena per vista e gusto al Fulton by Jean-Georges

Non amo affatto Halloween, ma devo ammettere che in America gli addobbi siano strepitosi e siano piaciuti anche a me. Imperdibile, poi, una tappa a Salem, la città delle streghe, dove molte donne furono messe al rogo e perseguitate. Oggi è molto commerciale, ma la sua economia si regge sulla storia del passato e vale la pena visitarla. 







E poi, che dire dello spettacolo offerto dalla natura? Mi sono commossa a guardare l' Oceano seduta di fronte al faro di Cape Neddick, mi sono riempita il cuore e gli occhi di positività camminando lungo la Marginal Way a Ogunquit, ho amato girovagare per Central Park e nel verde di Boston osservando gli agitatissimi scoiattoli e gli specchi d'acqua in cui nuotano le anatre. Ho annusato fiori meravigliosi, apprezzato il foliage delle piante, mi sono davvero sentita grata della mia fortuna.
























Tutto questo mi fa tornare a casa con un voto complessivamente positivo: alla vacanza negli States assegno un 8 su 10.
Rientro con un pieno di soddisfazione, il conto corrente decisamente alleggerito, il jet lag da smaltire e una consapevolezza:  per vedere realizzato il motto di Trump, il noto Maga (make America great again) ci vorrà ancora tempo.
Magari il Presidente  potrebbe iniziare a prendere spunto da chi arriva da fuori e l'America la osserva con occhi "vergini" e non soggiogati dalla sua smania di grandezza.
Di sicuro, un plauso va agli americani per il loro campanilismo: da noi le bandiere tricolore sono ostentate solo se giocano gli azzurri o nelle festività nazionali.







Da loro, invece, è tutto uno sventolio di stelle e strisce, sia in ambito privato che sui monumenti. 

Alcuni poi anche qui esagerano, come dimostra quest'auto parcheggiata in una via di Hyannis. Aguzzate la vista e guardate un po' la vetrofania lato conducente. 
Ma in America tutto è big. Anche l'orgoglio nazionale, a quanto pare.




venerdì 19 settembre 2025

LE ALBE RACCONTATE DA MARIO CALABRESI, TINTE DI COLORI VIVIDI E INCORAGGIANTI


Anche nel nuovo libro di Mario Calabresi, edito da Mondadori (Collana Strade Blu), che si intitola "Alzarsi all'alba", da pochi giorni in libreria, ci sono tante belle frasi, come sempre accade nelle sue opere

Tra le tante, forse, quella che mi ha fatto maggiormente riflettere è questa: "La vita è il cammino, non solo il punto d'arrivo".

Verissimo: non tutti sappiamo dove andare. Ricordiamo da dove siamo partiti, ma talvolta lungo la strada ci perdiamo, allungando il percorso per il raggiungimento della meta. È bello però pensare che ci si debba godere ogni singolo momento del nostro tracciato. E anche sapergli dare la giusta importanza, perché, altro passaggio che ho sottolineato durante la lettura, "Meno tempo hai e meno ne perdi". 
I nostri percorsi sono spesso costellati di fatica, sudore, impegno. 
Valori che al giorno d'oggi sono poco riconosciuti, travolti come siamo dalla necessità di avere tutto e subito, se possibile con il minimo sforzo, anche se questo spesso va a discapito della qualità.
Calabresi ha ragione: le cose semplici non danno soddisfazione. 
Lui è andato a cercare persone che compiono sforzi che ormai sono fuori dal comune. Figure che si alzano presto, che non si arrendono di fronte alle difficoltà che la vita pone loro davanti. E sono ostacoli che si presentano in svariate forme:  malattie, disabilità, età che avanza, ultramaratone e tanto altro ancora. 
Sono i traguardi sudati quelli che, una volta conquistati, ci fanno sorridere. 
Che ci motivano a darci una pacca sulle spalle, in una sorta di auto congratulazione. 
Non importa quale sia l'obiettivo del nostro affanno: un canotto, come quello che Mario desiderava da bambino (emozionante il racconto della sua infanzia al cospetto del nonno), oppure una medaglia olimpica. Tutto comporta degli sforzi.
Svegliarsi all'alba è faticoso, ma cosa pesa di più: una levata mattutina o la tristezza di un tramonto senza conquiste?
Ancora una volta Calabresi, nei panni di storyteller (abito che gli calza sempre più a pennello), affabula, incuriosisce, motiva ed emoziona. Ci invita alla resistenza, alla sopportazione, alla costanza. 
Ogni capitolo si apre con un sostantivo, che riassume in un solo termine ciò che ci si appresta a leggere. Ed è una salita continua: fatica, difficoltà, che si affiancano a noia, vocazione, lavoro, pazienza, sacrificio, compassione, cura. 
L'unica parola che non compare mai è lo sconforto. 
Perché, come spiega nel capitolo a lui dedicato Franco, da anni impegnato a prendersi cura della moglie malata, "non abbiamo permesso alla fatica di soffocare la felicità".
Forse è proprio questo il segreto di guardare ad ogni alba con speranza e vitalità: scorgere dietro ad ogni sforzo la luce della gioia. 
Ancora una volta ringrazio Mario Calabresi, il mio autore preferito, che continua a cercare il bello della vita e, con la sua ineguagliabile capacità, ce lo racconta facendolo diventare meraviglioso.  

lunedì 11 agosto 2025

TRA DOLORE E RABBIA FIORISCONO "LE CAMELIE INVERNALI" DI ERMAL META.

Si chiama Kanun, ed è una cruenta pratica albanese che chiama in causa la giustizia privata. Pressapoco, è l’equivalente delle nostre faide famigliari. Tu uccidi qualcuno e i suoi parenti si vendicheranno uccidendo un membro della tua famiglia. E così all’infinito, finché tutti saranno sterminati. 

Ruota intorno al Kanun, “Le camelie invernali”, libro di Ermal Meta (no, non è un caso di omonimia, l’autore è proprio il cantante di origini albanesi che abbiamo visto esibirsi sul palco di Sanremo), edito da La nave di Teseo. 

Ermal ha scritto il suo romanzo affidando il ruolo di protagonista dell’opera a Lara, 25enne nata in Italia da genitori albanesi. Nel giugno del 2025 la giovane affronta un volo aereo diretta alla terra dei suoi avi, che non ha mai visitato. 

Le manca un solo esame per concludere la scuola di giornalismo che sta frequentando: per superarlo, deve intervistare qualcuno. Lara non ha scelto un soggetto a caso, ma ha deciso di cimentarsi nell’intervista di  una persona piuttosto difficile: un uomo che da 30 anni vive recluso nella sua abitazione, senza scambiare una parola con nessuno. 

Aiutata dal cugino che vive in loco, Lara lo raggiunge presso la sua abitazione, dove una volta alla settimana, a turno, qualcuno gli porta al domicilio la spesa necessaria per vivere. 

Quest’uomo, che tutti chiamano “il prigioniero”, vive sotto il Kanun e all’inizio non rivela nemmeno alla ragazza il suo vero nome. 

Non la fa accomodare in casa, l’intervista sarà concessa con lei all’esterno dell’immobile e lui all’interno, protetto da una tenda. I lettori scopriranno la sua vera identità soltanto verso la fine del libro, quando sarà loro chiaro anche che cosa rappresenti quella sorta di straccio appeso fuori dall’uscio. 

Quella del prigioniero più che un’intervista è una sorta di confessione, che parte dal 1992, anno in cui, mentre sta giocando nel cortile di casa,  scompare la piccola Nina. L’incubo di ogni madre, che spinge i genitori a cercarla ovunque senza mai rassegnarsi. La bambina risulta introvabile, l’angoscia resta, ma rimane anche la speranza che prima o poi la bimba farà ritorno tra le mura domestiche.  

Nina ha un fratello maggiore, Uksan, che ha un amico fidato, il giovane Samir, dal padre piuttosto violento. L’uomo, di nome Zek, ogni volta che torna a casa ubriaco picchia in maniera sistematica la moglie, che subisce passivamente le sue percosse. 

Tre anni dopo la scomparsa di Nina, il padre di Uksan (non sto a dirvi il motivo, se leggerete il libro lo scoprirete da soli) uccide Zek e finisce in carcere. 

Si è innescato il Kanun, sangue chiama sangue. 

L’amore materno si insinua tra le righe del romanzo, fa capolino più volte da entrambe le parti delle famiglie chiamate in causa. 

Viene sempre zittito dalla violenza, dal dovere di lavare l’onta con il sangue. Ma riemerge tra le pagine del libro, insieme a un forte sentimento di amicizia che si trascina appresso un amore incompreso. 

Il libro di Ermal Meta lascia il segno. Ci spiega come ci siano valori che non possano essere traditi nemmeno se la famiglia ci spinge a compiere un misfatto. 

Ci introduce in un dolore profondo, in comportamenti che ci sembrano barbarie ma fanno parte di determinate culture. 

La vicenda pone Lara, durante il suo viaggio di rientro in Italia a missione compiuta, dinnanzi a un bivio. Vale la pena trasformare un racconto vorticoso di sentimenti in un’intervista? 

O è meglio gettare le tante pagine intrise di storia e di sangue al vento, lasciandole inghiottire dai flutti del mare, conservandone il ricordo soltanto nella propria memoria e in quella di chi le ha vissute? 

La motivazione di Lara  alla fine passa in secondo piano, cedendo il passo ad una serie di domande senza risposte.

A me invece, questo volume ha permesso di scoprire la profondità di animo di Ermal Meta: che canti o scriva, trovo che meriti un applauso per la capacità di arrivare dritto al cuore di chi lo ascolta o lo legge. 

venerdì 8 agosto 2025

IL NUOVO LIBRO DI ROBERTO SAVIANO, ISPIRATO AD UNA STORIA VERA E TRAGICA. IMPERDIBILE

 


Roberto Saviano non mi è mai stato molto simpatico. Quando lo vedo cambio canale, non sopporto il suo modo di parlare senza guardare l’obiettivo, alzando gli occhi al cielo.

Questo mio pregiudizio, tuttavia, non ha alcun fondamento particolare: è una sensazione a pelle. Non ho mai avuto modo di ascoltarlo dal vivo, di incontrarlo o confrontarmi con lui per potermi ricredere su ciò che la sua vista mi scatena.

L’occasione per rivalutarlo, tuttavia, me l’ha offerta la sua ultima pubblicazione, “L’amore mio non muore”, edito da Einaudi. Un romanzo davvero profondo, ispirato da una storia vera e scritto in maniera impeccabile, che ripropone la drammatica vicenda di Rossella Casini, giovane studentessa universitaria di Firenze scomparsa il 22 febbraio del 1981.

Il suo corpo non è mai stato restituito ai genitori, che hanno lasciato questo mondo straziati dal dolore e senza giustizia.

La ragazza, residente nel capoluogo fiorentino con il padre Loredano e la madre Clara, ha avuto la sfortuna di innamorarsi perdutamente dell’uomo sbagliato, tale Francesco Frisina. originario di Palmi, in Calabria.

Il giovane, insieme ad alcuni ragazzi delle sue parti, aveva preso in affitto l’alloggio al piano terra dello stabile fiorentino in cui Rossella viveva con la famiglia, ufficialmente per frequentare l’Università.

Due chiacchiere, l’offerta di un caffè e Rossella è subito rimasta stregata da quel ragazzo, che ha poi voluto far conoscere ai suoi familiari.

Ma se Francesco di Rossella sapeva praticamente tutto, in senso opposto non c’era altrettanta trasparenza. Rossella chiedeva all’amato notizie dei suoi familiari, voleva conoscerli, capire dove vivessero, di cosa si occupassero.

Francesco, nel frattempo, aveva disobbedito all’ordine della famiglia di rientrare a Palmi, in Calabria, insieme ai suoi amici. Si era invece trattenuto a Firenze per amore e, solo dopo pressanti insistenze di Rossella, si era convinto a scendere in meridione insieme ai genitori e alla nonna della ragazza.

In quel breve soggiorno al sud, tuttavia, Rossella aveva ben presto compreso cosa si nascondesse dietro la reticenza dell’amato nel farle conoscere la realtà in cui era cresciuto.

Non si trattava solo di uliveti, vigne e coltivazioni. In quelle terre cresceva rigogliosa anche la mafia, con le sue potenti ramificazioni. Estensioni che accarezzavano anche i Frisina, convinti di essere al sicuro ma in realtà coinvolti nella faida tra due famiglie avverse, i Gallico e i Condello, in quanto posti sotto la tutela di una delle due.

Nella sanguinosa violenza che dilaga in quegli ambienti, Rossella ben presto viene vista come un corpo estraneo. La chiamano “la straniera” sia in paese che in famiglia. E l’amicizia che tenta di stringere con Cettina, la sorella del suo amato, è in realtà tale solo all’apparenza.

Rossella, dopo essere scappata dalla piana di Gioia Tauro con la famiglia senza spiegare ai suoi congiunti il vero motivo della fuga, decide di farvi ritorno in seguito.

Non riesce infatti a privarsi dell’amore di Francesco e così cerca di integrarsi nella sua famiglia. Coltiva i campi con loro e crede di essere riuscita nel suo intento.

Ma quando il padre del suo amato viene ucciso in un agguato in campagna dinnanzi agli occhi della moglie, la giovane capisce che le ‘ndrine respirano la sua stessa aria e non è più d’accordo a stare in silenzio.

Intanto i suoi genitori premono per riaverla a Firenze. Sono ormai 6 mesi che non la vedono e la sentono solo per telefono, le chiedono di rientrare.

Rossella si convince a farlo per iscriversi all’Università di Roma, ma proprio il giorno della sua partenza Francesco cade in un agguato sotto i colpi di fuoco nemici e la sua sopravvivenza è a rischio. Solo un miracolo potrebbe salvarlo. Trasferito all’ospedale di Firenze, Francesco si riprende e Rossella lo convince a denunciare tutto quello che sa, per ricostruire insieme a lei una nuova vita lontana dalla mafia.

Francesco accetta a malincuore ma poi ritratta. La “straniera”, la donna del nord che lo ha così snaturato viene presa di mira dalla famiglia di Francesco, che la offre ai criminali come vittima sacrificale, mandandola a parlare con il capo dei Condello. In realtà Rossella non morirà per mano sua, ma di emissari dei Gallico.

Il libro ci offre tre possibili epiloghi della vicenda, solo uno con esito positivo ma piuttosto impensabile.

Rossella scompare nel nulla, vittima di mani insanguinate, della sua troppa onestà e di una fiducia incrollabile in quell’amore che, come dice il titolo del libro, non muore, ma è stato regalato alla persona sbagliata.

Un sentimento puro come lo era lei, troppo fiduciosa da pensare che, a volte, d’amore si possa anche morire.

Un sentimento che Saviano ha espresso molto bene, dedicando la sua opera proprio a Rossella, suo malgrado vittima di un amore ostinato, vero, puro ma non abbastanza forte da avere la meglio sulla violenza e l’inganno.

Saviano ha regalato a tutti noi noi lettori un crudo ma profondo spaccato di quella vicenda e, a me in particolare, la scoperta che si può sempre cambiare idea su qualcuno che a prima vista non ci piace affatto.