Chissà quante volte abbiamo pensato che ci piacerebbe poter tornare indietro nel tempo.
Una sorta di “sliding door”, per correggere gli errori del passato con la saggezza del presente, per fare scelte diverse, magari anche solo per avere meno rughe, più energia, per rivivere una storia d'amore dandole una piega diversa o per ritrovare una persona cara che ci ha lasciato anzitempo.
Forse, i più esigenti, avranno anche idealizzato che sarebbe bello dimenticare le vicende brutte, gli episodi spiacevoli o dolorosi che hanno costellato la nostra esistenza.
Dare un colpo di spugna e conservare solo i bei ricordi.
Ho letto in questi giorni di un uomo che, contro la sua volontà, si è trovato in questa situazione a dir poco Kafkiana.
Il tutto è magistralmente raccontato in “Meno dodici”, edito da Mondadori, scritto a quattro mani dal dottor Pierdante Piccioni, colui che ha vissuto la vicenda in prima persona, di concerto con il giornalista Pierangelo Sapegno, abilissimo nel trasferire le emozioni dello “smemorato” al lettore.
Piccioni, oggi primario dell'ospedale di Lodi, a seguito di un incidente stradale accaduto il 31 maggio del 2013 che gli ha lesionato la corteccia cerebrale, ha perso 12 anni di memoria.
Ha resettato completamente i suoi ricordi, fermatisi al 25 ottobre 2001: in quel momento, ha appena accompagnato a scuola suo figlio Tommaso, che proprio quel giorno compie 8 anni.
Risvegliatosi in ospedale alle due del pomeriggio del 31 maggio 2013, dopo sei ore di incoscienza, il paziente, sdraiato su una barella del pronto soccorso di Pavia, capisce subito che qualcosa non quadra.
Il personale medico, i suoi colleghi che lo attorniano, hanno tutti lo sguardo che lui ricorda, ma è uno sguardo più vecchio.
Gli occhi sono segnati, circondati da rughe che li appesantiscono, la pelle del viso è raggrinzita.
Quando fanno entrare la moglie Assunta in stanza, Piccioni ha un sussulto: la donna che ha sposato è invecchiata tanto rispetto a come la ricorda, ha un taglio e colore dei capelli differente.
Quello che è peggio, è che per lui i suoi figli, due maschi, Tommaso e Riccardo, hanno ancora 8 ed 11 anni, sono dei bambini.
Ma la realtà è diversa: oggi hanno entrambi più di 20 anni, frequentano l'Università, hanno la barba e sono ormai adulti.
Piccioni si stupisce del fatto che i suoi genitori non vengano a trovarlo mentre è ricoverato.
Scoprirà poco dopo che il padre ha ormai più di 80 anni e la mamma è scomparsa tre anni prima.
Lui, però, non ricorda di averle dato l'ultimo saluto, né tantomeno di aver presenziato al suo funerale.
Quando sarà in seguito accompagnato al cimitero a far visita alla tomba della mamma, sarà costretto a rivivere nuovamente il lutto.
Nella prima sezione del libro, con molto tatto, poco dopo il suo risveglio, i medici gli spiegano quanto accaduto.
Lo choc sarà forte quando gli verrà mostrato uno specchio.
Eccone la descrizione: “Fu una botta terribile. La gamba destra mi cedette. Davanti a me c'era una persona vecchia, con i capelli quasi tutti bianchi, le occhiaie e le rughe sotto il mento. Gli occhi erano i miei, ma molto stanchi e tristi. Era quello il tempo perduto, quello che mi è passato accanto nelle notti di stelle e nei giorni di sole, quello che mi aveva tenuto per mano senza che io lo sapessi, il tempo che avevo smarrito e che adesso ritrovavo senza poterlo più vivere. C'era un'altra persona dentro a quello specchio. Era per questo che cominciavo a sentirmi un estraneo in mezzo a tutte le cose che non riconoscevo, che forse erano state mie o forse no, anche se lo erano davvero: in mezzo a tutte quelle parole senza senso, agli Ipad ed al touch screen, a quei volti che mi avevano guardato come una persona che si conosce da sempre, mentre io non sapevo niente di loro. A quei due ragazzi che dovevano essere i miei figli, ma che non lo erano. Ero diventato uno straniero a tutti loro e a tutto questo. Ma soprattutto ero estraneo a me stesso. Se mi fossi incontrato non mi sarei riconosciuto, E' la condanna del tempo. Quello che passa, non ti aspetta. E' come la morte. Inesorabile”.
Confesso che, già nel primo capitolo, ho provato un senso di angoscia nel leggere le emozioni del dottor Piccioni. Mi sono immedesimata, e mi ha colta lo sconforto. Proseguendo ed addentrandomi nel resoconto dell'inverosimile vicenda, sono passata dall'angoscia alla pena. Possibile che un uomo così intelligente, con un curriculum invidiabile, con all'attivo molteplici pubblicazioni in ambito sanitario ed una posizione dirigenziale di tutto rispetto non riuscisse a riprendere in mano la sua vita?
In campo lavorativo, ma anche familiare Piccioni si scontra con una triste realtà: lo assalgono i dubbi: “mi sarò comportato male con qualcuno, avrò tradito mia moglie?”.
Ha quotidiani scontri con i suoi figli, che lo chiamano ironicamente “Savio” per la sua saggezza e che lui ribattezza, dato il loro atteggiamento, Il Gorilla ed il Serpente.
Gli vogliono assegnare la pensione di invalidità, ma lui la rifiuta. Vuole tornare quanto prima a lavorare, Studia con impegno, per fare di nuovo sue le nozioni che aveva già incamerato.
Non voglio rovinarvi la sorpresa se deciderete di leggere il libro.
Vi anticipo solo che, con grande fatica, ma altrettanta forza di volontà, il dottor Piccioni , l'alieno incapace di riconoscere gli aspetti del passato, si riprenderà il suo presente e risalirà dal buco nero che lo aveva inghiottito, fermamente intenzionato a ricominciare a vivere.
Per farvi capire da quale forza sia animato, vi anticipo solo alcune sue frasi dinnanzi al team che deve valutare se sia idoneo alla ripresa del lavoro:
“È un'occasione unica, straordinaria che il destino può averti regalato se la sai cogliere. Quale altra persona ha la possibilità di ricominciare da capo? E non solo con la fama di essere stato un grande e la speranza di poter rifare con successo quella salita, ma soprattutto di poterne compiere altre ancora. No, guardate, non lo dico per dire, ma credo che nel mio bagaglio ci sia molto di più. Ho la certezza che chi mi vuole davvero bene avrà sempre un occhio di riguardo nei miei confronti, anche perché quello che sto facendo può essere eccezionale. Non so se mi spiego. Io mi sono accorto che, proprio per quello che mi è successo, chi mi voleva bene davvero ora me ne vuole di più. Così come chi non me ne voleva, sempre a causa di quello che mi è accaduto, cerca di sfruttarlo contro di me. Ho imparato a distinguerli. O meglio, sto ancora imparando. Ho una voglia matta di ricominciare, non di ritornare quello di prima. Quello non tornerà mai più. Ma posso ancora essere meglio di quello di prima. Questi pensieri mi fanno stare bene".
Una lezione di vita, da rileggere ogni qualvolta ci sentiamo insoddisfatti.
Per capire che per concludere bene il puzzle della nostra esistenza non possiamo certo metterci a pensare di voler perdere per strada i pezzi che avevamo finora incollato.
Li dobbiamo conservare, anche se hanno angoli poco smussati o spigolature che non ci piacciono.

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