Il sogno di molti, in particolare di mio marito. Non il mio, che sarei voluta volare in Norvegia quanto prima o piuttosto atterrare in Argentina.
Ma ci sarà tempo, spero, per andare anche lì.
Ero scettica alla partenza per gli Usa, lo confesso. Prima di tutto perché, per usare un eufemismo, non nutro particolare simpatia nei confronti di quello squilibrato che la governa.
Speravo di ricredermi al mio rientro.
E su alcune cose è stato così. Ma sono davvero poche. Molte, invece, sono state le incongruenze che ho notato.
Ve le racconto, magari qualcuno ha avuto la mia stessa sensazione. Oppure, penserà che la squilibrata sia io; non importa, sono tollerante nei confronti delle diversità di vedute.
Innanzitutto, una nazione così evoluta (o che perlomeno crede di esserlo) ha tanti limiti di cui nemmeno si accorge. Una marea di contraddizioni.
Il primo? 2 ore in coda all'aeroporto per il controllo passaporti appena scesi dal velivolo. Una sorta di posto di blocco, con file a zig zag in stile Gardaland, al termine delle quali ti vengono posti interrogativi stupidi del tipo: "Dove vai? Hai qualcosa da dichiarare in valigia? Quanti contanti hai?". Domande di routine, dopodiché fai quello che ti pare per tutta la durata del tuo soggiorno.
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| Welcome! |
Nei sei hotel - e dico sei!- nei quali abbiamo fatto tappa durante il nostro viaggio che ci ha portati da NY a Boston passando per il Maine, nessuno ha mai chiesto di vedere un mio documento di identità/passaporto.
È stato sufficiente quello di mio marito. Che io potessi essere narcotrafficante, prostituta, potenziale attentatrice, non è mai importato a chicchessia.
Lui era tracciato. Io, semplicemente una sua appendice, libera di muovermi senza controllo.
Secondo aspetto: gli americani hanno dispositivi elettronici super perfetti, scanner in aeroporto che funzionano forse meglio delle nostre tac, ma sull'igiene hanno ancora tanto da imparare.
Innanzitutto, delle sei strutture ricettive visitate, alcune anche di un certo livello (Hilton per intenderci), ben cinque avevano la moquette per terra, nelle camere e negli spazi comuni.
Moquette che a me fa uno schifo incredibile, ma non ho potuto evitarla.
Un hotel l'aveva addirittura in ascensore, decisamente maleodorante (basti pensare a quanto si inzuppi in caso di pioggia) e infatti appena si sono chiuse le porte ho iniziato a spruzzare olio di eucalipto ovunque. Lo tengo sempre in borsa per coprire odori non troppo gradevoli e meno male che ce lo avessi anche oltre Oceano.
Vai al bagno e vuoi farti un bidet? Te li ricordi i francesi? Ecco, hanno dei gemelli qui. Non puoi, il bidet non esiste. Se vuoi farlo, devi scavalcare la vasca e tuffarti sotto il getto della doccia con tenda di plastica.
Ovvero, spogliarti interamente per un'operazione che da noi si fa in meno di 5 minuti.
Mai vista, in 10 giorni, una doccia "Walk in', solo vasche da bagno con tenda.
Ah, ricordati anche che in America è tutto oversize, eccetto gli asciugamani da bidet (grandi quanto un tovagliolo) e quelli da viso. Ho lavato i capelli, ma ho avuto difficoltà ad avvolgerli a turbante come faccio a casa (e non ho tutto 'sto testone o una chioma particolarmente folta).
Per fortuna mi sono portata prodotti per l'igiene da casa, perché solo all'Hilton di Boston ho trovato bagnoschiuma, crema corpo, shampoo e balsamo, anche di qualità.
Negli altri hotel, il bagnoschiuma non l'abbiamo mai visto. Credo che gli americani si mettano il balsamo sui capelli, ma si lavino il corpo con lo shampoo. E non parlo di shampoo doccia, che sarebbe plausibile, ma proprio solo shampoo.
Qui però spezzo una lancia in loro favore: probabilmente puntano sulla fretta (o sulla cecità) dell'ospite; d'altronde, anche mio marito se io mettessi dell'aceto balsamico sul ripiano della doccia lo userebbe per lavarsi.
Credo quindi che negli hotel ci siano tanti ospiti come il mio coniuge, che non fanno storie come la sottoscritta e potrebbero tranquillamente detergersi anche con la maionese.
Terza criticità: la socializzazione, argomento tabù. Non vi dico la mia tristezza nell'osservare, in particolare a pranzo, ma anche in altri momenti della giornata, persone che mangiano una zuppa, un panino o altro da sole, addentando il cibo mente il loro sguardo è rapito dallo schermo di un PC o di uno smartphone. Possibile non abbiano un/a collega preferito/a con cui (s)parlare mentre condividono il pasto? Boh.
La lingua merita davvero un capitolo a parte. Il loro ragionamento è: "Ehi straniero, sei tu che vieni da noi, quindi impara a parlare come noi. E se sai l'inglese scolastico, arrangiati, ma sappi che l'americano è ben diverso. Ti parleremo velocemente, se non capirai saranno problemi tuoi". Anche in aeroporto, gli annunci saranno solo in lingua locale. Al limite, verranno riproposti in spagnolo, ma solo se quel giorno si saranno svegliati particolarmente di buon umore. E quando non ti capiranno, o tu non capirai loro, non faranno nessuno sforzo per venirti incontro.
Se, come nel mio caso, sei vegan, termine conosciuto ben oltre i confini della nostra penisola e chiederai cibo vegan, ti daranno il gluten free.
Che è come dire che ti chiedo una birra e mi rifili un succo di frutta.
Non parliamo poi dei monumenti e musei: ti aspettavi audioguide in italiano? Ah, povera illusa. Manco un qr code da scansionare.
Ascolta: quello c'è, se capisci, bene. Se no, tanto hai già pagato il biglietto e a me sai che me ne frega dei tuoi limiti.
Le vie di mezzo, queste sconosciute.
Fatevene una ragione. In America è tutto hot o iced.
Che vuol dire ustionarsi fino alle tonsille o congelarsi lo stomaco per 2 settimane.
Ora ho capito perché girino tutti per le strade con quei bicchieri in stile Starbuck's.
Neanche volendo riesci a bere un cappuccino o caffè al volo, come si usa da noi.
Ti ci vuole minimo un quarto d'ora, quindi meglio te lo porti in giro.
Se invece hai scelto una bevanda fredda, mezzo bicchiere sarà occupato dal ghiaccio.
Il fumo: per strada non si fuma. Il che, a mio avviso, è una meraviglia. All'ingresso dei parchi cittadini i cartelli avvisano che è vietato fumare, ma anche soltanto svapare, pena una multa da 250 dollari (letto a Boston, a NY non so).
A terra non ho visto mozziconi (tra parentesi, le strade vengono lavate ogni mattina, bravi!) e nemmeno distributori automatici di sigarette.
In compenso, da mattina a sera, aleggia ovunque odore di marijuana, che in America è legale. E, se vuoi, puoi ordinare cannabis direttamente a casa, come faresti con la pizza d'asporto.
La gratitudine. Cos'è, si mangia?
Entri al supermercato o al desk dell'hotel e ti chiedono tutti: "Hi, how are you?". Ma di sapere come tu stia in realtà non gliene frega una beata cippa. Anche perché, se glielo dici e per essere altrettanto gentile chiedi come stiano loro, nella migliore delle ipotesi saranno già girati di schiena a fare altro. Oppure diventeranno muti.
Ma allora che me lo chiedi a fare?
Infatti, dal secondo giorno mi sono adattata ad essere cafona come loro. Credo nessuno se ne sia accorto, a parte la mia coscienza.
Avrei molto altro da aggiungere, ma mi spiace sembrare piena di pregiudizi.
Penso invece ai momenti belli di questa vacanza: il tempo incredibilmente estivo anziché autunnale, la cucina italiana gustata al mercato di Chelsea (a caro prezzo, ma squisita). Ci aggiungo le prelibatezze della meravigliosa cena con vista sul ponte di Brooklyn offerta da una mia concittadina che vive a NY e ci ha condotti in una piacevolissima visita guidata (grazie ancora Mamma Maura! We love U).
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| Spettacolare cena per vista e gusto al Fulton by Jean-Georges |
Non amo affatto Halloween, ma devo ammettere che in America gli addobbi siano strepitosi e siano piaciuti anche a me. Imperdibile, poi, una tappa a Salem, la città delle streghe, dove molte donne furono messe al rogo e perseguitate. Oggi è molto commerciale, ma la sua economia si regge sulla storia del passato e vale la pena visitarla.
E poi, che dire dello spettacolo offerto dalla natura? Mi sono commossa a guardare l' Oceano seduta di fronte al faro di Cape Neddick, mi sono riempita il cuore e gli occhi di positività camminando lungo la Marginal Way a Ogunquit, ho amato girovagare per Central Park e nel verde di Boston osservando gli agitatissimi scoiattoli e gli specchi d'acqua in cui nuotano le anatre. Ho annusato fiori meravigliosi, apprezzato il foliage delle piante, mi sono davvero sentita grata della mia fortuna.


Tutto questo mi fa tornare a casa con un voto complessivamente positivo: alla vacanza negli States assegno un 8 su 10.
Rientro con un pieno di soddisfazione, il conto corrente decisamente alleggerito, il jet lag da smaltire e una consapevolezza: per vedere realizzato il motto di Trump, il noto Maga (make America great again) ci vorrà ancora tempo.
Magari il Presidente potrebbe iniziare a prendere spunto da chi arriva da fuori e l'America la osserva con occhi "vergini" e non soggiogati dalla sua smania di grandezza.
Di sicuro, un plauso va agli americani per il loro campanilismo: da noi le bandiere tricolore sono ostentate solo se giocano gli azzurri o nelle festività nazionali.
Da loro, invece, è tutto uno sventolio di stelle e strisce, sia in ambito privato che sui monumenti.
Alcuni poi anche qui esagerano, come dimostra quest'auto parcheggiata in una via di Hyannis. Aguzzate la vista e guardate un po' la vetrofania lato conducente.
Ma in America tutto è big. Anche l'orgoglio nazionale, a quanto pare.
































Le tue osservazioni sono appropriate, ma sei ancora un po' esigente, quasi come mia figlia hahah...
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