Ho sempre pensato che chi si suicida fosse un grande egoista: quanto accaduto rafforza ancora di più le mie convinzioni.
Certamente, chi arriva a decidere di
dire stop alla propria esistenza lo fa in un momento di grande
debolezza, inghiottito dal buco nero della
tristezza, della mancata voglia di vivere.
Chissà, anche Lubitz avrà vissuto
grandi drammi nella sua seppur breve vita: pare in passato fosse stato in cura per depressione.
Nessuno però, penso tale
da giustificare una strage di massa come quella di cui si è reso
protagonista.
Poteva lanciarsi da un ponte, tagliarsi
i polsi, ingerire qualche pasticca, spararsi un colpo in fronte,
gettarsi sotto un treno in corsa.
Aveva molte possibilità per dire
addio alla vita.
MA SOLO ALLA SUA.
Invece, nemmeno un ripensamento: solo
10 lunghi minuti, mentre l'aereo della tratta Barcellona-Dusseldorf
precipitava, per salutare questo mondo e portarsi appresso altre 149
vittime, spero fino all'ultimo ignare dell'atroce destino che le
attendeva.
Oggi, sconvolta dagli aggiornamenti sul
disastro, ho ripercorso in un film mentale la scena: mi immagino
pilota e copilota schierati a salutare, insieme al personale di
bordo, i passeggeri che accedevano ai loro alloggiamenti.
Chissà: Lubitz avrà stretto tante
mani con entusiasmo sfoderando il migliore dei sorrisi ed augurando
buon viaggio?
Nella lista dei passeggeri figuravano
anche due neonati ed una coppia di sposi.
Andreas avrà incrociato i loro
sguardi, avrà avuto un pensiero, una titubanza, per quei piccoli appena affacciatisi
al mondo?
Il tarlo che mi arrovella è: il giovane aveva già
deciso prima della partenza di mettere in atto il suo insano gesto o
avrà maturato la scelta strada facendo? Impossibile dirlo.
Secondo
me, comunque, aveva bisogno di richiamare l'attenzione su di sé con
un gesto plateale: "Non mi avete ascoltato quando ero in vita? Guardate come farò parlare di me da morto".
Quante volte, in passato, mi è
successo di affidare la mia vita ad altri.

Spesso, infatti, ho volato anch'io.
Poi, di comune accordo con mio marito, dopo la nascita della prima
figlia abbiamo iniziato a diradare i decolli, scegliendo per le
vacanze mete più facilmente raggiungibili in auto.
Le statistiche dicono che sia molto più
rischioso mettersi al volante che accomodarsi tra le confortevoli
sedie di un boeing, ma l'arrivo di un figlio ti mette davanti a
scelte che prima di diventare genitore magari non ti sono nemmeno mai
passate per la mente.
La primogenita ha avuto l'opportunità
di sperimentare l'ebbrezza del volo, accomodandosi a fianco del
finestrino un paio di volte: suo fratello, di 4 anni minore, nemmeno
quella.
Se vorrà, lo farà in seguito, magari
da adulto.
Non sappiamo quando e come moriremo, ma non è questo il punto.
Io credo che prima di arrivare a questi livelli, dimostrando un gigantesco menefreghismo e mancanza di rispetto per il prossimo, sia il caso di sfogarsi un po'.
Mi rendo conto che la tolleranza al
giorno d'oggi sia requisito veramente in via d'estinzione: tutti
frettolosi, impazienti, prepotenti e sgarbati, con un preoccupante
aumento del consumo di psicofarmaci.
A quale pro? Chi prima, chi dopo,
raggiungeremo tutti il punto di non ritorno.
Ebbene, io credo che se cercassimo la
valvola di sfogo per non incamerare troppo pessimismo ed amarezza,
magari potremmo contribuire tutti, nel nostro piccolo, ad un mondo
migliore.
Sesso, sport, lettura, musica, buona
cucina, chi più ne ha più ne metta: io, sinceramente, per stare
meglio devo scrivere.
Quando ho una tastiera dinnanzi, la mente corre
veloce, le dita anche, i problemi passano in secondo piano.
Usiamo bene le parole.
Non sopporto di sentire dire troppo
spesso, anche da gente a cui voglio bene, la frase "Voglio
morire" senza che le venga dato il giusto peso.
NO, IO VOGLIO VIVERE.
E, se possibile, vorrei farlo a lungo e
nel migliore dei modi, anche se so che non sarà semplice.
Ultimamente, la tensione lavorativa mi
si era accumulata tutta sulle spalle.
Lo scorso fine settimana ero
praticamente bloccata dal collo alle scapole.
Domenica, l'intervento di un bravo
riflessologo plantare mi ha rimessa in sesto e le sue parole sono
state un balsamo per il cuore: "Il tuo problema è soltanto
di psiche, accumuli le tensioni nella parte alta del corpo. Hai una
soluzione molto a portata di mano: usa ogni tanto un salutare
vaffanculo".
Da lunedì ho deciso finalmente di
mettere in pratica la terapia, che, devo dire la verità, mi ha
incredibilmente giovato: le spalle sono sciolte, la mente è sgombra,
queste notti ho dormito molto meglio.
Ecco, forse Lubitz non ha trovato la
cura ideale ai suoi problemi.
Magari, se avesse usato qualche vaffa
in più, oggi eviteremmo di piangere così tanti morti innocenti.
Pensiamoci: solleviamo per un attimo la
testa dallo smartphone, guardiamoci intorno, apprezziamo le cose
belle e sfoghiamoci.
Il vicino di casa sbraita il sabato mattina mentre dormiamo ancora? Rivaffanculo
Abbiamo appena lavato i vetri e si alza il vento? Ennesimo vaffa.
Sono solo alcuni esempi, sbizzarritevi
a vostro piacimento.

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