pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

giovedì 26 marzo 2015

UN BEL VAFFA OGNI TANTO

Non è ancora certo mentre scrivo, ma pare assai probabile, che la causa del disastro aereo che martedì 24 marzo ha portato l'Airbus della Germanwings a schiantarsi sulle Alpi francesi sia stata la volontà del co-pilota Andreas Lubitz, tedesco 28enne, di farla finita.

Ho sempre pensato che chi si suicida fosse un grande egoista: quanto accaduto rafforza ancora di più le mie convinzioni.

Certamente, chi arriva a decidere di dire stop alla propria esistenza lo fa in un momento di grande debolezza, inghiottito dal buco nero della tristezza, della mancata voglia di vivere.
 
Chissà, anche Lubitz avrà vissuto grandi drammi nella sua seppur breve vita: pare in passato fosse stato in cura per depressione.
Nessuno però, penso tale da giustificare una strage di massa come quella di cui si è reso protagonista.

Poteva lanciarsi da un ponte, tagliarsi i polsi, ingerire qualche pasticca, spararsi un colpo in fronte, gettarsi sotto un treno in corsa.
Aveva molte possibilità per dire addio alla vita.
MA SOLO ALLA SUA.

Invece, nemmeno un ripensamento: solo 10 lunghi minuti, mentre l'aereo della tratta Barcellona-Dusseldorf precipitava, per salutare questo mondo e portarsi appresso altre 149 vittime, spero fino all'ultimo ignare dell'atroce destino che le attendeva.

Oggi, sconvolta dagli aggiornamenti sul disastro, ho ripercorso in un film mentale la scena: mi immagino pilota e copilota schierati a salutare, insieme al personale di bordo, i passeggeri che accedevano ai loro alloggiamenti.
Chissà: Lubitz avrà stretto tante mani con entusiasmo sfoderando il migliore dei sorrisi ed augurando buon viaggio?

Nella lista dei passeggeri figuravano anche due neonati ed una coppia di sposi.
Andreas avrà incrociato i loro sguardi, avrà avuto un pensiero, una titubanza, per quei piccoli appena affacciatisi al mondo?

Il tarlo che mi arrovella è: il giovane aveva già deciso prima della partenza di mettere in atto il suo insano gesto o avrà maturato la scelta strada facendo? Impossibile dirlo.
Secondo me, comunque, aveva bisogno di richiamare l'attenzione su di sé con un gesto plateale: "Non mi avete ascoltato quando ero in vita? Guardate come farò parlare di me da morto".

Quante volte, in passato, mi è successo di affidare la mia vita ad altri.

Spesso, infatti, ho volato anch'io. Poi, di comune accordo con mio marito, dopo la nascita della prima figlia abbiamo iniziato a diradare i decolli, scegliendo per le vacanze mete più facilmente raggiungibili in auto.

Le statistiche dicono che sia molto più rischioso mettersi al volante che accomodarsi tra le confortevoli sedie di un boeing, ma l'arrivo di un figlio ti mette davanti a scelte che prima di diventare genitore magari non ti sono nemmeno mai passate per la mente.

La primogenita ha avuto l'opportunità di sperimentare l'ebbrezza del volo, accomodandosi a fianco del finestrino un paio di volte: suo fratello, di 4 anni minore, nemmeno quella.

Se vorrà, lo farà in seguito, magari da adulto.

Non sappiamo quando e come moriremo, ma non è questo il punto.

Io credo che prima di arrivare a questi livelli, dimostrando un gigantesco menefreghismo e mancanza di rispetto per il prossimo, sia il caso di sfogarsi un po'.

Mi rendo conto che la tolleranza al giorno d'oggi sia requisito veramente in via d'estinzione: tutti frettolosi, impazienti, prepotenti e sgarbati, con un preoccupante aumento del consumo di psicofarmaci.

A quale pro? Chi prima, chi dopo, raggiungeremo tutti il punto di non ritorno.

Ebbene, io credo che se cercassimo la valvola di sfogo per non incamerare troppo pessimismo ed amarezza, magari potremmo contribuire tutti, nel nostro piccolo, ad un mondo migliore.

Sesso, sport, lettura, musica, buona cucina, chi più ne ha più ne metta: io, sinceramente, per stare meglio devo scrivere.
Quando ho una tastiera dinnanzi, la mente corre veloce, le dita anche, i problemi passano in secondo piano.
 

Usiamo bene le parole.


Non sopporto di sentire dire troppo spesso, anche da gente a cui voglio bene, la frase "Voglio morire" senza che le venga dato il giusto peso.

NO, IO VOGLIO VIVERE.

E, se possibile, vorrei farlo a lungo e nel migliore dei modi, anche se so che non sarà semplice.

Ultimamente, la tensione lavorativa mi si era accumulata tutta sulle spalle.
Lo scorso fine settimana ero praticamente bloccata dal collo alle scapole.

Domenica, l'intervento di un bravo riflessologo plantare mi ha rimessa in sesto e le sue parole sono state un balsamo per il cuore: "Il tuo problema è soltanto di psiche, accumuli le tensioni nella parte alta del corpo. Hai una soluzione molto a portata di mano: usa ogni tanto un salutare vaffanculo".

Da lunedì ho deciso finalmente di mettere in pratica la terapia, che, devo dire la verità, mi ha incredibilmente giovato: le spalle sono sciolte, la mente è sgombra, queste notti ho dormito molto meglio.

Ecco, forse Lubitz non ha trovato la cura ideale ai suoi problemi.

Magari, se avesse usato qualche vaffa in più, oggi eviteremmo di piangere così tanti morti innocenti.

Pensiamoci: solleviamo per un attimo la testa dallo smartphone, guardiamoci intorno, apprezziamo le cose belle e sfoghiamoci.
 
Oggi piove e avevamo steso il bucato all'aperto? Vaffanculo.
Il vicino di casa sbraita il sabato mattina mentre dormiamo ancora? Rivaffanculo
Abbiamo appena lavato i vetri e si alza il vento? Ennesimo vaffa.

Sono solo alcuni esempi, sbizzarritevi a vostro piacimento.
 
Tanto, che io sappia, la tassa sulla libera imprecazione non l'hanno ancora inventata.

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