Anzi, sono anche contenta che l'intervento sia stato talmente stringato da essere limitato a due semplici parole. Perlomeno i danni sono stati contenuti.
Quello che mi indispone veramente, ogni giorno di più, è invece il dilagante maltrattamento della lingua italiana, che vedo ingrandirsi a dismisura ogni giorno che passa.
Me la prendo davvero, quando leggo sui quotidiani: abbiamo incontrato la signora tal dei tali e GLI abbiamo chiesto (la signora per caso tornava da Casablanca dove si era recata per cambiare sesso?), oppure quando vedo scritto che "l'incidente è avvenuto AFFIANCO della caserma".
Rabbrividisco quando sento rivolgere la fatidica domanda: "Come stai?", cui nella stragrande maggioranza dei casi fa seguito la risposta, magari tramite sms o chat: "Bene, tranquilli, tutto APPOSTO", che mi fa pensare che il mondo sia pieno zeppo di persone incaricate di affiggere manifesti e comunicazioni ovunque, che svolgono efficientemente il loro lavoro e vogliono farlo sapere a destra e manca.
Bando alle chiacchiere, veniamo al sodo.
Pensavo che questi "stravolgimenti" della mia amata lingua, probabilmente l'unico aspetto che amo ancora di questa penosa Italia, fossero dettati da scarsa cultura, dal diffondersi dello slang giovanile, dall'eccessiva attenzione che i giovani studenti dimostrano per i loro telefonini all'ultimo grido a discapito dei testi di scuola.
E invece no! In questi giorni ho scoperto che anche persone laureate, che possono addirittura vantare dei master, che parlano fluentemente le lingue straniere, non sono capaci di usare ad hoc l'italiano.
L'occasione me l'ha offerta un volantino che mi è capitato tra le mani, che pubblicizza l'attivazione di due corsi riservati agli adulti per perfezionare la conoscenza del francese e dell'inglese.
Lodevole iniziativa, per carità, c'è bisogno di stare al passo con i tempi, sapersi destreggiare anche di fronte ad interlocutori stranieri è senz'altro un vantaggio.
Non voglio rovinare la piazza a nessuno, quindi non dirò chi ha avuto la grandiosa idea di attirare l'attenzione scrivendo, in tono scherzoso: "Parle tu fransè?" e "Du iu spic inglisc"? chiedendo se le due frasi siano scritte correttamente o meno.
Io, sinceramente, sono stata più colpita dalle tre righe in italiano che campeggiano sotto al grande punto interrogativo rosso. Ebbene sì, i forbiti docenti di lingua straniera (ma sono italiani
madrelingua, non lasciatevi trarre in inganno) sapranno sicuramente cavarsela oltre Manica od in territorio biancorossoblu, ma dovrebbero chiedere venia per aver scritto "Se rispondi di si allora
è meglio che ci vieni a trovare".
CHE CI VIENI A TROVARE? Suvvia, signori insegnanti, trattasi di congiuntivo e quindi ... che ci venga a trovare!
Devo confessarlo: io del francese e dell'inglese ho una conoscenza scolastica, non l'ho mai approfondita ulteriormente perché non ne ho avuto l'occasione e nemmeno mi interessa.
Però, dovessi farlo, mi rivolgerei a qualcuno che fosse madrelingua, o, se italiano, perlomeno dimostrasse di conoscere la sua lingua madre.
Ma che figura facciamo se non abbiamo le nozioni base della lingua che mastichiamo quotidianamente?
Una delle poesie che preferisco è Davanti San Guido di Giosuè Carducci; i suoi versi recitano:
e so legger di greco e di latino/e scrivo e scrivo, e ho molte altre virtù".
Per carità, io non chiedo tanto.
Però per favore, prima di dedicarvi all'insegnamento delle lingue straniere... imparate bene l'italiano.
Altrimenti, davvero, ci fate una figura barbina.
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