pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

domenica 20 settembre 2015

60 EURO DI VERGOGNA (NOSTRA)

 
A Torino, qualche giorno fa, si è commosso persino l'arcivescovo Cesare Nosiglia nel trovare nella sua buca delle lettere, in via dell'Arcivescovado, una busta con la quale un gruppo di clochard ha raccolto 60 euro da devolvere ai migranti che stanno tentando di entrare in Europa sbarcando sulle coste italiane.
 
Mentre l'Ungheria si affanna ad  innalzare muri e accoglie i profughi con violenza e filo spinato, un gruppo anonimo di senza tetto, che evidentemente conosce meglio di tutti le difficoltà di integrazione e di sopravvivenza dei "diversi", firma un gesto di altruismo che, a maggior ragione considerando le loro difficoltà quotidiane, lascia davvero senza parole.
 
Ormai è davvero arduo distinguere i bisognosi dai truffatori e dai finti invalidi, quindi anche a me capita a volte di volgere lo sguardo altrove e passare avanti con indifferenza quando vedo pullulare, a poca distanza uno dall'altro oppure concentrati nelle vie dello shopping durante il periodo natalizio, troppi questuanti con la mano tesa.
Altre volte, invece, quando concedo l'elemosina, poco dopo mi pento, chiedendomi se ho fatto bene ad elargire quelle monetine o se invece i miei pochi centesimi serviranno non per sfamare il questuante, bensì, sommati ad altri, per acquistare una dose di eroina od un cartoccio di vino con il quale ubriacarsi per dimenticare gli affanni di una vita di stenti.  
 
Il mio scetticismo è dettato dalle troppe fregature di cui sento raccontare.
Ma confesso che oggi mi sono sentita un po' vigliacca a leggere la notizia dell'anonima donazione.
 
"Le relazioni positive sono il nettare della vita. Conosco il significato della mancanza, so che un gesto come quello di regalare una baguette può fare la differenza per qualcuno. Può cambiare la giornata ad un clochard". Ecco la dichiarazione resa ad un quotidiano torinese da una  ragazza senza fissa dimora che ogni sera, dopo aver donato sorrisi, parole e pane avanzato (da lei raccolto prima della chiusura delle panetterie cittadine) agli emarginati della città della Mole, cerca un posto riparato dove dormire.
 
Sono certa che, nel suo giaciglio di fortuna, questa ragazza si addormenterà serenamente, con la coscienza pulita.
 
Io non ho mai conosciuto il significato della mancanza.
Dalla vita ho avuto tutto, forse anche un po' troppo. Non per questo ne ho approfittato: mi sono sempre data da fare per guadagnarmi il pane quotidiano e continuo a farlo. Cerco di contenere gli sprechi, ma sono consapevole di non farmi mancare nulla.
 
Ho un tetto sulla testa, un lavoro che non mi entusiasma ma mi aiuta - anche se poco - a sbarcare il lunario, una bella famiglia e, cosa non da poco, la salute.
 
Ma quei 60 euro in monetine da 10 centesimi e pezzi da 1 e 2 euro, insieme alle parole della homeless,  mi hanno fatto sanguinare il cuore.
 
Ogni anno, con l'arrivo dei primi freddi, inevitabilmente il mio primo pensiero va ai senzatetto che dormono all'addiaccio.
Ci penso, sì, ma questo non li aiuta a vivere meglio.
 
Sentire affermare, sia dalla senzatetto che dall'arcivescovo, che "solo i poveri sanno cos'è la miseria e per questo motivo esprimono la propria generosità aiutando altri poveri con amore incondizionato", è stata una vera e propria stilettata.
 
Non ci si lava la coscienza girando la testa dall'altra parte.
In un mondo popolato sempre più di abulici, sono davvero i fatti concreti che fanno la differenza. 
E magari quella mano tesa, più che le monete, è anche lì ad aspettare un gesto di umanità che si è perso per strada cedendo il passo all'indifferenza ed al menefreghismo.
 
Un gesto che - e qui sta la vergogna - dobbiamo imparare da chi ha meno di niente.

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