"La partita non si chiude mai: Il tumore, infatti, una volta che l'hai avuto, ce l'avrai per sempre dentro di te, anche quando lo hai cancellato, anche quando ti sembra che finalmente tu abbia riacquistato la tua libertà".
Con questa perla di saggezza, Mimmo Càndito, noto giornalista, scrittore e docente universitario, nel libro "55 vasche" edito da Rizzoli all'inizio di quest'anno, racconta la sua esperienza.
Volevo leggerlo da tempo, dopo aver saputo della pubblicazione, ed è stato il mio compagno del pomeriggio di Ferragosto.
Gli altri commensali, dopo il lauto pranzo del giorno di festa, cercavano di digerire le portate.
Io, che non tengo particolarmente al cibo quanto invece ami la lettura, mi ero limitata nell'abbuffata e mi sono dilettata in maniera alternativa, lasciandomi rapire da quelle interessanti pagine finite troppo presto.
Pur avendo visto da vicino la morte in più occasioni come inviato di guerra sui fronti più caldi del nostro pianeta, Càndito si è trovato spiazzato quando, nell'estate del 2005, a Miami, gli è stato diagnosticato un tumore al polmone.
Zero virgola zero la speranza di vita che l'oncologo Rogerio Lilenbaum gli ha prospettato senza inutili giri di parole, anzi in maniera piuttosto brutale, dopo i primi accertamenti.
Tuttavia il paziente, con coraggio e caparbietà, gli stessi cui ha sempre attinto nella sua esperienza al fronte, non si è arreso: ha scelto di essere combattente e non condannato.
Grazie anche allo sport, che nella sua vita non è mai mancato, è riuscito a tenere testa alla bestia che aveva deciso di prendere dimora a pochi centimetri dal suo cuore, saldamente ancorata all'aorta.
Un tumore inoperabile, bombardato da cicli di radioterapia e sedute di chemio, nella speranza di ridurne la dimensione e poter procedere ad un intervento che comunque comportava un elevato rischio di morte del paziente.
La costanza, probabilmente anche una buona dose di fortuna e le cure mirate, hanno offerto all'intrepido autore un'altra chanche: da 0,0 la percentuale è dapprima diventata fifty-fifty, poi, una volta riuscita l'operazione, sono trascorsi 10 anni di vita tranquilla (se così si può definire, dato il suo lavoro), prima di un nuovo attacco. In questo caso dal lato opposto, ancora una volta diagnosticato per tempo e risolto con esito positivo.
Il titolo del libro prende spunto dal numero di vasche che, il giorno dopo una sessione di chemio pesante e brutale,che lo aveva piegato in due, Càndito riesce a percorrere in piscina, bracciata dopo bracciata, con un'energia che aveva dimenticato di possedere.
"Ora sapevo di nuovo che l'energia della volontà sa travolgere ogni impedimento, che se vuoi davvero, non ti è impossibile nulla, e uno-due, respiro, uno-due, respiro, la bracciata lunga, il fiato rilassato, le gambe battevano il crawl come un piccolo motore, e via un'altra vasca ed un'altra ancora. Dissi a me stesso: ora fagli vedere tu, al tumore, chi sei, e fagli capire quello che dovrà subire da te se pretenderà di batterti".
Una lettura motivante, che fa capire come tutto ciò che avviene intorno a noi possa essere condizionato dalla nostra forza di volontà. Tanti gli aneddoti della lunga esperienza giornalistica ripercorsi nelle poco più di 200 pagine, ma su tutti emerge, portata a galla proprio da quelle bracciate, la forza derivante dall'aver vissuto altri giorni difficili di mondi difficili.
Càndito, nella vita e nel libro, non cerca compassione e sguardi tristi, tutt'altro: "Io lo avevo il tumore, perbacco, ma stavo bene e non volevo mortori attorno a me. Ero pronto a lottare".
E così il suo racconto, pubblicato in prima pagina a fine maggio 2015 su La Stampa ed intitolato "Io, inviato sul fronte di guerra al cancro", nell'arco di poche ore dette il la a 40 mila messaggi di risposta. Segno evidente che, checchè se ne dica, anche se ogni giorno ci sembra di essere attorniati da indifferenza e menefreghismo, forse con la forza interiore riusciamo ancora a smuovere le masse e gli animi, facendo venire a galla la positività.
Durante l'estate, quando si è rilassati, in vacanza, si fanno progetti per l'autunno che ci attende.
Io ne suggerisco uno solo, ma dobbiamo provarci tutti insieme: iniziamo con uno-due, respiro, uno-due, respiro. Respiriamo così tra le mura domestiche, al lavoro, per la strada, dove abbiamo una brutta bestia da combattere. Soffiamo l'energia vitale per spazzare via la negatività dove vediamo sia necessaria: meglio ancora se il tumore non lo abbiamo addosso, ma vogliamo invece combattere quello che ha imprigionato nei suoi gangli malevoli la società in cui viviamo.
pentola a pressione
Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".
mercoledì 17 agosto 2016
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)

Nessun commento:
Posta un commento