pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

martedì 28 febbraio 2017

ESSERE O NON ESSERE?

La fuga dei cervelli dall’Italia è un argomento che preoccupa.

Non so se lo stesso sgomento, la medesima indignazione, li vedremo ora che ad andarsene dal suol patrio non è stato solo un cervello, ma anche un corpo, quello di Dj Fabo, costretto a recarsi in Svizzera per porre fine a quella che, da tre anni a questa parte, era diventata una “non vita”.

Non si dovrebbe arrivare a tanto.
In un paese civile, bisognerebbe poter scegliere di chiudere il proprio ciclo vitale tra le mura di casa propria, non in un’anonima stanza di una clinica estera, mordendo un pulsante.

Da che ho avuto modo di riflettere sul significato che il termine “suicidio” porta in sé, l’ho sempre ritenuto una forma spropositata di egoismo.
Delegare agli altri il dopo, disinteressarsi del futuro, del proprio avvenire ma anche di quello dei propri cari, per me è sempre stato l’equivalente di una grave mancanza di rispetto del prossimo.
Non pensavo che avrei cambiato idea.

Recentemente, però, ho avuto modo di confrontarmi con una persona che, dall’oggi al domani, ha visto stravolta la propria esistenza a causa di un incidente stradale.
Un uomo ancora giovane, un figlio, un fratello, un marito, un padre.
La paralisi degli arti è una condanna atroce.
Se quel corpo immobile ha ancora dentro di sé un cuore pulsante e, soprattutto, un cervello pensante, continuare la propria esistenza, pur attorniati da amorevoli cure, diventa una vera e propria tortura.

Definire suicidio assistito la scelta di non proseguire la propria vita chiusi in un’armatura ora mi sembra fuori luogo.
Nel corso di una visita a quest’amico, ho provato ad infondergli coraggio ricordandogli come fosse stato fortunato ad essere sopravvissuto e soprattutto ad avere conservato grande lucidità.
La risposta ricevuta mi ha spiazzata: “Non so se sia stato un bene oppure no. Avere un cervello che funziona ancora come prima, forse è ancora peggio. Ho tanto, troppo tempo per pensare e logorarmi l’anima” è stato, in sintesi, il commento.

Non posso dargli torto perché ora che la situazione mi è più vicina, non posso che chiedermi ogni giorno: ”Capitasse a me, cosa farei?”
Ora lo so cosa succede: non ci pensi fino a che la questione ti passa accanto ma non ti tocca.
Eluana Englaro, Piergiorgio Welby, solo per citarne alcuni, ci hanno inteneriti ma non scalfiti.
Erano volti e nomi divenuti famosi, ma solo sulla carta stampata o nei notiziari televisivi.

Potevamo condividere o meno le loro scelte e quelle dei loro familiari, ma il nostro ego teneva quella spina da staccare lontana dalla nostra quotidianità.

Ora che Dj Fabo ha reso pubblica la sua scelta, non possiamo girarci dall’altra parte.

Mi piacerebbe che gli animi non si infervorassero sulla condanna che il radicale Marco Cappato rischia per aver accompagnato Dj Fabo nella clinica elvetica.
Vorrei invece che il Parlamento velocizzasse l’iter per il ddl sul biotestamento.

Sarebbe bello se Dj Fabo non ci avesse salutati invano.
Gli auguro un buon viaggio, sulle note delle canzoni che amava di più.
E spero che l’eco della sua scelta arrivi alle orecchie di chi fino ad oggi si è dimostrato sordo.

“La morte non significa che qualcuno se ne va, ma che tu nel frattempo resti”, è scritto in un libro di Chiara Gamberale che si intitola “Qualcosa”.

Per tutti noi, spero che presto quel “Qualcosa” si tramuti in legge.

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