La fuga dei cervelli
dall’Italia è un argomento che preoccupa.
Non so se lo stesso
sgomento, la medesima indignazione, li vedremo ora che ad
andarsene dal suol patrio non è stato solo un cervello, ma anche un corpo,
quello di Dj Fabo, costretto a recarsi in Svizzera per porre fine a
quella che, da tre anni a questa parte, era diventata una “non
vita”.
Non si dovrebbe
arrivare a tanto.
In un paese civile,
bisognerebbe poter scegliere di chiudere il proprio ciclo vitale tra
le mura di casa propria, non in un’anonima stanza di una clinica
estera, mordendo un pulsante.
Da che ho avuto modo
di riflettere sul significato che il termine “suicidio” porta in
sé, l’ho sempre ritenuto una forma spropositata di egoismo.
Delegare agli altri
il dopo, disinteressarsi del futuro, del proprio avvenire ma anche di
quello dei propri cari, per me è sempre stato l’equivalente di una
grave mancanza di rispetto del prossimo.
Non pensavo che
avrei cambiato idea.
Recentemente, però, ho avuto modo di confrontarmi con una persona che, dall’oggi al domani, ha visto stravolta la propria esistenza a causa di un incidente stradale.
Un uomo ancora
giovane, un figlio, un fratello, un marito, un padre.
La paralisi degli
arti è una condanna atroce.
Se quel corpo
immobile ha ancora dentro di sé un cuore pulsante e, soprattutto, un
cervello pensante, continuare la propria esistenza, pur attorniati da
amorevoli cure, diventa una vera e propria tortura.
Definire suicidio
assistito la scelta di non proseguire la propria vita chiusi in
un’armatura ora mi sembra fuori luogo.
Nel corso di una
visita a quest’amico, ho provato ad infondergli coraggio
ricordandogli come fosse stato fortunato ad essere sopravvissuto e
soprattutto ad avere conservato grande lucidità.
La risposta ricevuta
mi ha spiazzata: “Non so se sia stato un bene oppure no. Avere un
cervello che funziona ancora come prima, forse è ancora peggio. Ho
tanto, troppo tempo per pensare e logorarmi l’anima” è stato, in
sintesi, il commento.
Non posso dargli
torto perché ora che la situazione mi è più vicina, non posso che
chiedermi ogni giorno: ”Capitasse a me, cosa farei?”
Ora lo so cosa succede: non ci
pensi fino a che la questione ti passa accanto ma non ti tocca.
Eluana Englaro,
Piergiorgio Welby, solo per citarne alcuni, ci hanno inteneriti ma
non scalfiti.
Erano volti e nomi
divenuti famosi, ma solo sulla carta stampata o nei notiziari
televisivi.
Potevamo condividere
o meno le loro scelte e quelle dei loro familiari, ma il nostro ego
teneva quella spina da staccare lontana dalla nostra quotidianità.
Ora che Dj Fabo ha
reso pubblica la sua scelta, non possiamo girarci dall’altra parte.
Mi piacerebbe che
gli animi non si infervorassero sulla condanna che il radicale Marco
Cappato rischia per aver accompagnato Dj Fabo nella clinica elvetica.
Vorrei invece che il Parlamento velocizzasse l’iter per il ddl sul
biotestamento.
Sarebbe bello se Dj
Fabo non ci avesse salutati invano.
Gli auguro un buon
viaggio, sulle note delle canzoni che amava di più.
E spero che l’eco
della sua scelta arrivi alle orecchie di chi fino ad oggi si è
dimostrato sordo.
“La morte non significa che qualcuno se ne va, ma che tu nel frattempo resti”, è scritto in un libro di Chiara Gamberale che si intitola “Qualcosa”.
Per tutti noi, spero che presto
quel “Qualcosa” si tramuti in legge.

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