Una volta sognai
di essere una tartaruga gigante
con scheletro d'avorio
che trascinava bimbi e piccini e alghe
e rifiuti e fiori
e tutti si aggrappavano a me,
sulla mia scorza dura.
Ero una tartaruga che barcollava
sotto il peso dell'amore
molto lenta a capire
e svelta a benedire.
Così, figli miei,
una volta vi hanno buttato nell'acqua
e voi vi siete aggrappati al mio guscio
e io vi ho portati in salvo
perché questa testuggine marina
è la terra
che vi salva
dalla morte dell'acqua.
Quelli riportati qui sopra sono i versi di "Una volta sognai", poesia che Alda Merini scrisse nel giugno 2008, in occasione dell'inaugurazione, a Lampedusa, della "porta dei migranti", monumento dedicato a quanti giungono nell'isola siciliana in cerca di un futuro migliore.
Non conoscevo questo componimento, ma mi è rimasto impresso durante la visita di "Il mare negli occhi", mostra ospitata dal Comune di Sant'Ambrogio, in valle di Susa (TO), aperta fino al prossimo 4 febbraio previa prenotazione (ufficio.segreteria@comune.santambrogioditorino.to.it, tel. 011-9324428 e 334-6610377).
Un allestimento che prende avvio nella torre comunale a fianco della Chiesa parrocchiale, dove un gruppo di volontari accoglie i visitatori coinvolgendoli in una sorta di proiezione interattiva, al termine della quale ci si confronta sui numeri del fenomeno della migrazione, prima di passare alle due tappe successive in altrettanti differenti locali posti a breve distanza.
Le storie che leggiamo sui giornali, che ascoltiamo nei reportage, che ci vengono proposte dai documentari, narrano di paura, speranza, determinazione e solidarietà. Sono queste le quattro emozioni che ogni visitatore può percepire in maniera diversa, perché la mostra è uguale per tutti ma la soggettività fa la differenza.
Sentirle raccontare dalla viva voce di chi è partito dal proprio paese di origine per approdare (se la fortuna lo assiste e non perde la vita nel deserto, in mare aperto o stremato da fame, sete, torture e violenze, sul territorio italiano) senza progetti ma con grandi speranze per il futuro, è però ben diverso.
Io credo che questa mostra non la dovrebbero visitare quelli che già sono ben disposti nei confronti dei migranti. Servirebbe di più per far capire a chi li detesta, a chi li disprezza credendo che vengano qui da invasori per rubarci il lavoro, per delinquere, per farsi mantenere da uno Stato che non riesce ad arginare il problema, che la loro storia è differente.
Che questi esseri umani sono partiti senza informazioni, investendo tutti i loro risparmi, salutando le loro famiglie, ipotecando il loro presente, rischiando la vita perché per loro è meglio sfidare la sorte sperando in un futuro migliore altrove che rimanere nella propria terra rischiando di morire sotto i colpi delle bombe e nella miseria totale.
Partono dalla Siria, dall'Afghanistan, dall'Iraq, dai paesi a Sud del Sahara. Sono uomini, donne, bambini. Arrivano in Italia, ma se noi ne abbiamo accolti 147 mila e ci sembrano troppi, altri stati hanno fatto decisamente di meglio (ndr basti citare la Germania, che ha accolto 669 mila migranti).
Lampedusa è l'isola degli sbarchi ed è proprio qui che il fotografo toscano Riccardo Lorenzi ha puntato l'obiettivo immortalando, in quella che viene chiamata lo scoglio d'Africa, i volti di chi ha soccorso i protagonisti degli sbarchi.
A Lampedusa vive ed opera Pietro Bartolo, medico responsabile del poliambulatorio locale, che visita tuti i migranti che sbarcano e che ha raccontato la sua esperienza in un libro intitolato "Lacrime di sale", documentando la realtà dei fatti.
Le cronache dei migranti parlano di 3086 morti accertati nel solo 2017, ma sono cifre che non tengono conto di chi manca all'appello in quanto disperso in mare o tra le dune del deserto. 3086 sono i cadaveri conteggiati in Italia: vittime di una strage che non fa differenza tra sesso, etnia, età e colore della pelle.
"Apriamo le porte, superiamo l'indifferenza globale - è l'invito che Dario Fracchia, sindaco di Sant'Ambrogio ha rivolto ai visitatori della mostra. Dobbiamo sentirci coinvolti, queste persone vengono a bussare alla nostra porta e non possiamo girarci dall'altra parte".
Barcolliamo sotto il peso dell'amore, aggiungo io riprendendo i versi della Merini, ma non crolliamo sotto quello della coltre d'indifferenza.
Cominciamo ad essere consapevoli della questione, documentandoci in merito. La mostra può essere un valido spunto, per aprire gli occhi dopo aver sognato di essere una tartaruga, anziché lasciare il problema fuori dal proprio (g)uscio di casa.

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