Ci sono libri difficili da digerire. Non perché siano brutti, anzi.
Solo perché, talvolta, sono talmente crudi da catapultarci in realtà che spesso fingiamo di non vedere, perché è più comodo e semplice vivere senza i problemi degli altri.
Appartiene a questa categoria "Lacrime di Sale" di Pietro Bartolo e Lidia Tillotta, edito da Mondadori, che ho iniziato in mattinata e finito prima ancora che scattassero le 24 ore dal momento in cui avevo ultimato la prima pagina.
Ci ho messo molto meno io a completare la lettura rispetto al lungo tempo che i migranti in fuga dalle loro terre impiegano per approdare sulle nostre coste.
Perché è di questo che parla questo testo.
Delle storie, dei volti, delle persone, delle tragedie, che, in oltre 25 anni di incessante attività, il dottor Pietro Bartolo, medico di Lampedusa, ha collezionato.
Sono molti i capitoli di questo libro, scritto con la collaborazione di Lidia Tilotta, caposervizio del Tgr Sicilia, che mi hanno costretta a fermarmi un attimo.
Perché, anche se i fatti erano narrati solo a parole e privi di immagini a corredo, nell'apprenderli, lo stomaco mi si è spesso attorcigliato.
Dolore, speranza, rabbia, compassione, tristezza, senso di impotenza, disgusto, affetto.
Ne elenco solo alcune, ma sono molte di più le sensazioni che la lettura ha risvegliato in me.
Anche queste, di certo minime rispetto a quelle vissute sulla propria pelle, in diretta, dal dottor Bartolo nel suo impegno umanitario che gli è valso molte onorificenze e la partecipazione a Fuocoammare, pellicola del regista Gianfranco Rosi che nel 2016 conquistò l'Orso d'oro.
Da madre, ho provato lo strazio di quelle donne che nella tratta hanno perso i loro figli.
Da donna, ho sentito il dolore dei loro corpi vilipesi.
Da moglie, ho avvertito il dolore di chi ha visto uccidere, morire, o mai più ritrovato, il proprio coniuge.
E potrei continuare con altri paragoni, che tuttavia mi sembrano inutili.
Non si può restare indifferenti.
Personalmente, mi fa ancora più rabbia, in questo periodo di sterile campagna elettorale, sentir partorire frasi che incitano alla paura dello straniero, allo stop alla tratta dei migranti, al confino nelle proprie terre di questi disgraziati che cercano aiuto e conforto.
Io credo che anche per chi non vive sulle coste, il messaggio da far passare sia uno solo: siamo tutti figli dello stesso mare.
Inquinato già di suo a livello ambientale. Senza la necessità di sporcarlo ancora di più con parole inutili che fomentano solo odio.
pentola a pressione
Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".
lunedì 12 febbraio 2018
QUANTO SA DI SALE E DI LACRIME IL MARE NOSTRUM
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