Quando ci mostrano un'immagine del "prima", abitualmente siamo abituati ad attenderci dal "dopo" una miglioria.
Succede nel caso di una persona che si sottopone ad una dieta, ad una seduta di trucco, che decide di cambiare la sua immagine con un nuovo taglio di capelli od una variazione di look.
Con Stefano Cucchi, purtroppo, è andata diversamente.
Le immagini del suo "dopo", ovvero quelle successive alla morte collegata al pestaggio del 15 ottobre 2009, ci hanno presentato solo orrore: il volto scarno, tumefatto per le violenze subite, le orbite viola.
Istantanee difficili da guardare per un estraneo, figuriamoci per la sorella che le ha scattate in obitorio, o per i famigliari. Non le pubblico a corredo di questo post, perché sono state già abbastanza spettacolarizzate.
Sono immagini drammatiche, che rendono impossibile pensare che l'uomo non sia stato vittima di un'atroce violenza commessa nella stazione Casilina del'Arma, dove era stato condotto con l'accusa di detenzione e spaccio di droga.
Oggi, a 9 anni di distanza dall'evento, uno dei responsabili di quella carneficina, responsabile forse anche solo come spettatore e non protagonista, ma comunque al corrente dell'accaduto, ha confessato, puntando il dito su quelli che lui ritiene essere gli autori del pestaggio.
Il fatto che sia passato così molto tempo prima che si decidesse a vuotare il sacco, non l'ha preoccupato più di tanto.
Il militare si è giustificato con un semplice "avevo paura delle ripercussioni".
Come se, 9 anni dopo, lavarsi la coscienza fosse meno difficile.
Certo: se uno ha paura, tace.
L'Italia è una paese di omertosi e sarà sempre così, se nessuno deciderà mai di alzare la testa.
Seguire un dissidente è più pericoloso che accodarsi ad un branco di pecore.
Serve coraggio. Quello che sempre più, in molti ambienti, vedo essere inesistente, o messo a tacere da soprusi e minacce.
Nel processo per l'omicidio di Stefano Cucchi, oggi si alzano mille voci.
Chi invoca scuse alla famiglia, chi non intende concederle, chi addossa ad altri il peso della responsabilità.
L'unica voce che non ha mai taciuto ed ha sempre parlato a proposito, a mio avviso, è quella di Ilaria, la sorella della vittima, che rivendicava giustizia.
Eppure non chiedeva tanto. Nessuno le avrebbe ridato suo fratello.
Ilaria chiedeva di non abbassare lo sguardo, di non tacere dinnanzi alla violenza che aveva colpito il suo congiunto.
Una violenza che, oltre che Stefano, ha ucciso anche tanti altri, che non sono semplici cognomi, ma storie di tragedie: Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva e via discorrendo.
Io penso che, in tutta questa vicenda, il prima e dopo siano rimasti invariati soltanto per Ilaria.
Lei è l'unica che può guardarsi allo specchio vedendo sempre la stessa immagine riflessa.
Quella di una donna con dignità.
Tutti gli altri, dai membri dell'Arma ai politici farneticanti di queste ore, farebbero invece meglio ad andare a cercare il momento in cui la dignità l'hanno persa. Sempre che l'abbiano mai avuta.
pentola a pressione
Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".
domenica 14 ottobre 2018
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