pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

martedì 4 dicembre 2018

L'ERRORE CHE FA ORRORE

Chi, come me, ha superato gli "anta" da un po', ricorderà senza ombra di dubbio Happy Days e Fonzie, il duro che non riusciva a pronunciare la frase "ho sbagliato".
Gli si inceppava la lingua. Lui non sbagliava mai, o perlomeno non riusciva a riconoscerlo.

Un'abitudine che non si è persa nel tempo, anzi.
Mi sembra che il noto adagio "errare è umano, perseverare è diabolico", si sia trasformato ultimamente in "sbagliare è sistemico".
Io credo sia riconducibile ad un unico fattore: si legge sempre meno.
Per disinteresse, per mancanza di tempo, perché leggere non fa figo quanto passare la giornata a commentare post sui social o condividere immagini dei nostri momenti più intimi.
Ma la mancanza di lettura fa danni.
Danni che si percepiscono nei rapporti sociali, quando la limitatezza mentale si riscontra sia nella scarsità di argomenti da trattare in un confronto verbale che nella ristrettezza del linguaggio utilizzato dagli interlocutori.
Ora, però, stiamo davvero esagerando.
Anni fa, quando sentii per la prima volta passare in radio la canzone di Checco Zalone "Siamo una squadra fortissimi" che ne decretò il successo planetario, non la apprezzai.
Anzi, siccome non conoscevo ancora il personaggio e la sua comicità, quei versi che tutti canticchiavano sorridendo mi davano veramente sui nervi.
"Stoppi la palla al volo, come ti hai imparato tanto tempo fa
quando giocavi invece di andare a scuola
quanti sgridi ti prendevi da papà
perché sognavi un giorno che avresti stato
nell'Italia convocato adesso
tutti sono con te
ma ci devi dimostrare che...".
Oh, per carità, pensavo, questo qui non potrà mai avere successo. Era il 2007.
Mi sbagliavo, ma non era la prima volta nella mia vita e non sarebbe stata nemmeno l'ultima.
Zalone, che è persona intelligente e colta, sull'ignoranza ci ha costruito un gran successo.
Invece, sempre più spesso, sui media e sui social leggo strafalcioni di ogni sorta, che patisco fortemente e che, a mio avviso, denotano l'ignoranza di chi li scrive.
C'è una tale confusione che, attorniati come siamo da gente che pronuncia errori, ormai facciamo fatica a distinguere se la parola corretta sia quella che usiamo noi o chi ci sta intorno.
E se a scriverla o pronunciarla è uno scrittore, un letterato od un giornalista, quasi ci viene da pensare che a sbagliarsi non sia lui ma noi.
Avrei un lungo elenco di obbrobri. Ne cito soltanto alcuni, non necessariamente nell'ordine di fastidio che mi arrecano.
1) I pronomi errati: maschili quando sottintendono una donna, femminili in caso contrario.
Non ho nulla contro i transessuali, ma se dico che Luca questa sera arriverà a casa mia, gli (e non le) farò una sorpresa.
Identico caso se mando mia sorella al supermercato: le (e non gli) ho detto di acquistare lo zucchero.
2) Il congiuntivo: l'utilizzo sbagliato che ne viene fatto, ormai sdoganato dai politici, ha fatto sì che nessuno badi più all'errata impostazione del verbo. "Prima che tu possa parlare, sarà il caso che io ti spieghi" è diventato "Prima che parli, meglio che ti spiego". Uh, per carità, taci, preferisco.
3) "Come stai? Io bene, grazie, tutto apposto", con quell'apposto scritto tutto attaccato, ovvero participio passato del verbo apporre e non a significare che tutto sia in ordine.
"Beato te, io invece pultroppo (rigorosamente alla cinese, con la l al posto della r) non me la passo granché bene. Sono andato a vivere affianco ai miei suoceri, sono molto invadenti". Dove quel "affianco" non significa a fianco, ovvero di lato, ma affianco come se affiancassi una vettura nella sua corsia di marcia.
Lo so, la maggior parte delle persone non se ne accorge. Tanto che ormai alcuni di quegli strafalcioni sopracitati sono diventati di uso comune.
Ma io inorridisco come se appartenessi all'Accademia della Crusca.
E sono convinta che, se tutti leggessero e scrivessero di più, la cultura sarebbe parte integrante e non marginale del nostro mondo.
Leggere fa bene: apre la mente, predispone alla comunicazione, consente di viaggiare nello spazio e nel tempo senza muoversi di casa. A me piace davvero tanto.
Anche se, una delle sere appena passate, leggendo con entusiasmo l'ultimo libro di uno dei miei autori preferiti, sono sobbalzata sulla poltrona.
"Per una settimana non spiaccicò parola con nessuno" era una delle frasi in esso riportate.
Proprio così, lui, il mio mito, era incappato in uno degli errori più comuni: spiaccicare invece di spiccicare.
Ho continuato a leggere il libro, ho trovato un altro refuso, probabilmente dovuto alla superficialità del correttore di bozze, ma non così grave.
La storia mi è piaciuta, ma mi è rimasto l'amaro in bocca: dal mio autore prediletto questo scivolone non me lo sarei aspettato.
E confesso che l'unica cosa che ho visto spiaccicarsi al suolo, quella sera, è stata parte della stima che nutrivo nei suoi confronti.
Muta e mesta, me ne sono andata a letto. Questa volta sì, senza spiccicare alcuna parola.

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