Chi, come me, ha superato
gli "anta" da un po', ricorderà senza ombra di dubbio
Happy Days e Fonzie, il duro che non riusciva a pronunciare la frase "ho sbagliato".
Gli si inceppava la lingua. Lui non sbagliava mai, o
perlomeno non riusciva a riconoscerlo.
Un'abitudine che non si è
persa nel tempo, anzi.
Mi sembra che il noto adagio
"errare è umano, perseverare è diabolico", si sia
trasformato ultimamente in "sbagliare è sistemico".
Io credo sia riconducibile
ad un unico fattore: si legge sempre meno.
Per disinteresse, per
mancanza di tempo, perché leggere non fa figo quanto passare la
giornata a commentare post sui social o condividere immagini dei
nostri momenti più intimi.
Ma la mancanza di lettura fa
danni.
Danni che si percepiscono
nei rapporti sociali, quando la limitatezza mentale si riscontra sia
nella scarsità di argomenti da trattare in un confronto verbale che
nella ristrettezza del linguaggio utilizzato dagli interlocutori.
Ora, però, stiamo davvero
esagerando.
Anni fa, quando sentii per
la prima volta passare in radio la canzone di Checco Zalone "Siamo
una squadra fortissimi" che ne decretò il successo planetario,
non la apprezzai.
Anzi, siccome non conoscevo
ancora il personaggio e la sua comicità, quei versi che tutti
canticchiavano sorridendo mi davano veramente sui nervi.
"Stoppi la palla al
volo, come ti hai imparato tanto tempo fa
quando giocavi invece di andare a scuola
quanti sgridi ti prendevi da papà
perché sognavi un giorno che avresti stato
nell'Italia convocato adesso
tutti sono con te
ma ci devi dimostrare che...".
quando giocavi invece di andare a scuola
quanti sgridi ti prendevi da papà
perché sognavi un giorno che avresti stato
nell'Italia convocato adesso
tutti sono con te
ma ci devi dimostrare che...".
Oh, per carità, pensavo,
questo qui non potrà mai avere successo. Era il 2007.
Mi sbagliavo, ma non era la
prima volta nella mia vita e non sarebbe stata nemmeno l'ultima.
Zalone, che è persona
intelligente e colta, sull'ignoranza ci ha costruito un gran
successo.
Invece, sempre più spesso,
sui media e sui social leggo strafalcioni di ogni sorta, che patisco
fortemente e che, a mio avviso, denotano l'ignoranza di chi li
scrive.
C'è una tale confusione
che, attorniati come siamo da gente che pronuncia errori, ormai
facciamo fatica a distinguere se la parola corretta sia quella che
usiamo noi o chi ci sta intorno.
E se a scriverla o
pronunciarla è uno scrittore, un letterato od un giornalista, quasi
ci viene da pensare che a sbagliarsi non sia lui ma noi.
Avrei un lungo elenco di
obbrobri. Ne cito soltanto alcuni, non necessariamente nell'ordine
di fastidio che mi arrecano.
1) I pronomi errati:
maschili quando sottintendono una donna, femminili in caso contrario.
Non ho nulla contro i
transessuali, ma se dico che Luca questa sera arriverà a casa mia,
gli (e non le) farò una sorpresa.
Identico caso se mando mia
sorella al supermercato: le (e non gli) ho detto di acquistare lo
zucchero.
2) Il congiuntivo:
l'utilizzo sbagliato che ne viene fatto, ormai sdoganato dai
politici, ha fatto sì che nessuno badi più all'errata impostazione
del verbo. "Prima che tu possa parlare, sarà il caso che io ti
spieghi" è diventato "Prima che parli, meglio che ti
spiego". Uh, per carità, taci, preferisco.
3) "Come stai? Io bene,
grazie, tutto apposto", con quell'apposto scritto tutto
attaccato, ovvero participio passato del verbo apporre e non a
significare che tutto sia in ordine.
"Beato te, io invece
pultroppo (rigorosamente alla cinese, con la l al posto della r) non
me la passo granché bene. Sono andato a vivere affianco ai miei
suoceri, sono molto invadenti". Dove quel "affianco"
non significa a fianco, ovvero di lato, ma affianco come se
affiancassi una vettura nella sua corsia di marcia.
Lo so, la maggior parte
delle persone non se ne accorge. Tanto che ormai alcuni di quegli
strafalcioni sopracitati sono diventati di uso comune.
Ma io inorridisco come se
appartenessi all'Accademia della Crusca.
E sono convinta che, se tutti
leggessero e scrivessero di più, la cultura sarebbe parte
integrante e non marginale del nostro mondo.
Leggere fa bene: apre la
mente, predispone alla comunicazione, consente di viaggiare nello
spazio e nel tempo senza muoversi di casa. A me piace davvero
tanto.
Anche se, una delle sere
appena passate, leggendo con entusiasmo l'ultimo libro di uno dei
miei autori preferiti, sono sobbalzata sulla poltrona.
"Per una settimana non
spiaccicò parola con nessuno" era una delle frasi in esso
riportate.
Proprio così, lui, il mio mito, era incappato in uno
degli errori più comuni: spiaccicare invece di spiccicare.
Ho
continuato a leggere il libro, ho trovato un altro refuso,
probabilmente dovuto alla superficialità del correttore di bozze, ma
non così grave.
La storia mi è piaciuta, ma
mi è rimasto l'amaro in bocca: dal mio autore prediletto questo
scivolone non me lo sarei aspettato.
E confesso che l'unica cosa
che ho visto spiaccicarsi al suolo, quella sera, è stata parte della
stima che nutrivo nei suoi confronti.
Muta e mesta, me ne sono
andata a letto. Questa volta sì, senza spiccicare alcuna parola.

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