Un libro di nicchia, o tale mi è sembrato, perché non l'ho mai sentito promuovere molto, a meno che mi sia sfuggita la sua campagna di marketing e vi sia incappata quasi per caso.
Abitualmente infatti, i titoli tanto osannati dalla critica mi lasciano l'amaro in bocca.
Questo invece, mi ha davvero riempito il cuore.
L'ho scovato due anni dopo la sua pubblicazione. Meglio tardi che mai, perché sarebbe stato davvero un peccato non leggerlo.
Lo ha scritto Giuseppe Sgarbi, il papà del ben più noto Vittorio e si intitola "Lei mi parla ancora".
Racchiude, nelle sue pagine, tutto l'amore di un marito per la moglie.
Entrambi farmacisti, Giuseppe e la moglie Caterina (Rina) hanno praticamente passato una vita fianco a fianco, sul lavoro e nell'ambiente domestico.
Alla scomparsa della sua dolce metà, l'uomo ha intrapreso un dialogo a distanza con la sua sposa, raccontando al lettore l'amore insostituibile della sua esistenza.
Fa specie che il genitore di un uomo misogino e maschilista quale è il figlio Vittorio sia arrivato a condividere con perfetti sconosciuti un sentimento così intimo, tracciando un amorevole ritratto della moglie.
Ma sappiamo tutti che, talvolta, genitori e figli non si somigliano. E questa volta è stato davvero un bene.
"C'è un tempo per parlare ed un tempo per tacere - scrive Sgarbi papà - e questo, Caterina, per me è tempo di tacere. Tacere ed ascoltare. Mi son perso fin troppe cose quando eri qui, distratto da tutte quelle stupidaggini che lì per lì ci sembrano importanti, ma che non lo sono affatto. Quella montagna di piccolezze che si atteggiano a grandi problemi e non fanno altro che farci perdere le cose che importanti lo sono davvero. D'ora in poi non vogli perdermi più nulla. Nemmeno una virgola di tutto questo silenzio che parla e dice così tanto di noi".
Tutti ci perdiamo qualcosa. E a volte non ce ne rendiamo davvero conto. Poi, quando il silenzio si fa ingombrante, cerchiamo di riavvolgere il nastro del tempo, che però è già passato e non torna indietro.
E allora inizia il momento dei se.
Ah, se potessi. Se non fosse accaduto. Se ci avessi pensato prima.
Ma i se ci danneggiano l'esistenza.
Questa sorta di "sliding door" su ciò che sarebbe potuto essere e non è stato ci logora l'esistenza. Recriminare sugli sbagli non serve a nulla.
Ed invocare la pietà altrui, per quanto mi riguarda, è quanto di più deprimente possa esistere.
E allora, quando il meglio vien meno, è bene ricordare ciò che di bello c'è stato.
"Vi auguro - prosegue Sgarbi senior - di avere la stessa, immensa fortuna che ho avuto io: trovare due occhi di fronte ai quali tutto il resto scompare. Trovarli, tuffarvici dentro e nuotare il più a lungo possibile nelle loro acque. Perché il Paradiso, se esiste, ha certamente due occhi così".
In chiusura Sgarbi teme di essere in difetto nei confronti dell'amata:
"Mi hai amato di un amore grande. Talmente grande che, solo a pensarci, mi gira la testa. E non so se sono mai riuscito a ricambiarlo fino in fondo. Temo di no. Perché tu eri totale in tutto, anche nell'amare".
Giuseppe e Caterina io non li ho mai conosciuti, ma sono convinta che, se lui sostiene di aver avuto una buona sorte nel trovare due occhi così, lei non sia stata meno fortunata sposando un uomo con un così grande cuore.
Un uomo che glielo avrà sicuramente detto quando lei era in vita ed ancora le scrive, dopo la sua scomparsa, quel ti amo che tutte le donne vorrebbero sentirsi dire dal loro principe.
Un principe di ieri, perché quelli di oggi sono talvolta troppo distratti da stupidaggini, che sviano l'attenzione da quella che, a mio avviso, è la necessità primaria della specie umana: amare e sentirsi amati.
Una necessità da soddisfare, preferibilmente, mentre si è ancora in vita e non dopo, con due fiori portati in omaggio dinnanzi al freddo marmo di una tomba.

Nessun commento:
Posta un commento