pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

sabato 8 giugno 2019

CE LA FAREMO

Della settimana, il giorno che amo di più è il venerdì.
Tolto il fatto che lo dedico in parte alla pulizia approfondita di casa mia (e forse questo è l’aspetto meno piacevole), credo che ciò sia dovuto alla mia tipologia di contratto lavorativo, che mi consente di non essere in ufficio quel giorno.
Il venerdì, per me, è l’anteprima di un intero week-end a disposizione, da spendere in altre iniziative lontana dalla scrivania che mi opprime.
Ultimamente, molteplici impegni mi hanno impedito di dedicarmi al mio passatempo preferito: leggere con calma.
Ma, questa mattina, una sfogliata veloce al quotidiano me la sono concessa. Approfondirò prima di sera, dopo aver concluso altre attività.
Il primo pensiero, durante la lettura, è stato di disgusto nel constatare le problematiche della giustizia italiana.
Il tabaccaio di Ivrea, 67 anni, esasperato da 7 furti perpetratigli nel corso di 15 anni che, all’ennesimo colpo tentato dai malviventi non ha esitato a sparare, uccidendo un rapinatore, è ora indagato.
Sarà giudicato sulla base della nuova legge sulla legittima difesa.
Ha un intero paese dalla sua parte, per lui i suoi concittadini stanno organizzando una fiaccolata di solidarietà. Lo descrivono come un pensionato per bene, non un fanatico delle armi.
Io ci credo e lo sostengo. Spero che venga assolto.
Anche perché, se così non fosse, avrei forti perplessità a credere ancora nella giustizia.
Già, perché due pagine prima avevo scosso la testa nell’apprendere che Graziano Mesina, l’italiano che ha passato più tempo dietro alle sbarre che in libertà, 77 anni di età, sia tornato a casa sua, in Sardegna.
A distanza di un anno dalla condanna a 30 anni per traffico di droga, i giudici della corte d’Appello di Cagliari non hanno ancora depositato le motivazioni della sentenza.
E che si fa se sono scaduti i termini per la misura cautelare? Semplice, il codice di procedura penale prevede la liberazione del detenuto.
Poco importa che su di lui penda una sentenza di secondo grado, ancora non definitiva, che lo vedrebbe in carcere fino all’ultimo dei suoi giorni.
Non ha rilevanza che sia il bandito più temuto della Barbagia.
Attualmente Grazianeddu, graziato da Ciampi dopo la mediazione per la liberazione di Farouk Kassam, poi reinventatosi guida turistica, è accusato di essere un boss della droga.
Circostanza che lui nega, e di cui noi non possediamo certezza.
Ma che, paragonata alla vicenda eporediese, a me fa pensare che viviamo davvero in una repubblica delle banane.
Poi, finalmente, ecco, in primo piano il titolo che attira la mia attenzione: “Nervi sani riannodati a quelli malati. Tetraplegico torna ad usare le mani”.
Nell’articolo viene illustrato il primo intervento del genere in Italia, che dovrebbe permettere all’uomo (il condizionale è d’obbligo anche se l’intervento è riuscito), un pasticcere piemontese di 52 anni, di tornare ad usare le mani.
Dovrà restare immobile per due settimane, poi ne sapremo di più.
L’operazione è stata eseguita al Cto di Torino. E’ la prima del genere in Italia.
Leggo che il paziente, al suo risveglio, ha posto un'unica domanda ai medici: “Ce l’abbiamo fatta?”
Ha ottenuto una risposta fatta di sorrisi.
Anche a me, sul volto, in quel momento è spuntato un sorriso.
Da oltre tre anni e mezzo, da quando un grave incidente stradale ha reso tetraplegico un mio amico, non ho mai smesso di tenere acceso per lui il lumicino della speranza.
La sua vicenda l’ho raccontata nel libro “Arriverà la notte” che abbiamo scritto insieme e che intendiamo promuovere anche nelle scuole per far capire l’importanza di aver fiducia nel futuro.
Oggi, anzi ieri, perché il giornale l’ho letto stamane ma la notizia l’avevo appresa già ieri, quella fiammella ha avuto un guizzo energizzante.
Io lo so, Luca, ce la faremo. Ce l’hai fatta fin qui.
Sulla giustizia ho dei dubbi, ma sui progressi della medicina e della scienza no.

1 commento:

  1. Che dire, una attenta e passionale valutazione di anomalie che probabilmente non troveranno risposta, ma anche un filo di speranza alla fine di ogni tempesta... Ce la faremo? Non lo so... l'importante è non smettere mai di lottare!

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