pentola a pressione
Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".
venerdì 6 marzo 2020
DIAMOCI UNA MANO
Il virus che in questi giorni ci sta costringendo a rivedere e rimodulare le nostre giornate ha un vantaggio: ci restituisce tempo.
Fateci caso:le vostre giornate non sono più lunghe? Le mie sì e non solo oggi.
Sono sempre presa da mille impegni ed incombenze, ma in questi giorni tutto mi sembra rallentato.
Sarà perché la limitazione della circolazione (non uscite e non frequentate luoghi pubblici!) ha notevolmente ridimensionato le presenze nell'ufficio in cui lavoro, ma nelle ultime due settimane ho avuto tempo per archiviare documenti che, complice anche un trasloco, giacevano da mesi sulla mia scrivania.
Questa mattina mi sono recata in una clinica del torinese per accompagnare un congiunto che deve essere sottoposto ad un intervento.
Le nuove disposizioni in materia di coronavirus hanno fatto sì che non mi sia stato consentito l' accesso al reparto. Impietoso il diktat: entra solo chi deve sottoporsi all'operazione. Così sono rimasta per quasi un'ora nell'ambiente del preingresso, racchiusa tra le due porte ad apertura automatica. Dopo innumerevoli esposizioni a getti di aria fredda (ho conosciuto la porta automatica con maggiore sensibilità mai vista nella mia vita, spalancabile anche con il vapore acqueo prodotto da un discorso 😜), per gentile intercessione del personale di sorveglianza, a me e ai miei compagni di sventura, una decina di persone, è stato concesso, uno per volta e temporaneamente, di passare dalla porta allarmata esterna e disporre dell'angolo bar. Due distributori di bevande calde e snack, preziosi quanto un'oasi nel deserto, considerando il fatto che, sveglia dalle 5.45, alle 8.30 ero ancora digiuna per solidarietà con il paziente.
Bevuto il caffè la giornata si presentava lunghissima: "qui mi dicono che puoi andare a spasso per Torino almeno fino all'una" mi dice chi accompagno.
Già, ma la clinica è in collina, dovrei prendere l'auto. Sono venuta fin qua per andare a spasso o per assistere chi dovrà essere operato?
Tra l'altro, oggi è una delle giornate più fredde degli ultimi mesi. Nemmeno un raggio di sole, umidità elevatissima, che dopo un po' mi entra nelle ossa.
Mi sono portata da leggere, ma fa troppo freddo per stare fuori in giardino e in piedi in quello spazio si fa fatica, anche perché ognuno parla degli affari suoi e l'area si sta riempiendo rapidamente.
Una signora è venuta da Savona per accompagnare la figlia, una figlia fa da supporto (o meglio avrebbe voluto) alla mamma che deve essere operata ed è piuttosto agitata. Due parenti accompagnano un anziano malfermo sulle gambe. Una moglie si sente spersa perché il marito resta fuori ma lei senza lui non capisce niente di quel che le dicono.
Insomma, un vasto assortimento umano di cui, buona parte, al suggerimento dell'addetto alla sorveglianza, si riversa in chiesa. "C'è una piccola cappella, riscaldata, se volete andate li'".
Non amo particolarmente i luoghi di culto, ma è la seconda oasi nel giro di un paio d'ore.
Qui la sorpresa. Trovo una sedia comoda ed un ambiente riscaldato ma, soprattutto trovo gente che non si lamenta. Aspetta, perché non ha altro da fare. Qualcuno, con poca eleganza, gioca sul cellulare, diffondendo in condivisione gratuita la musichetta noiosa di qualche intrattenimento. Altri sussurrano, ma la distanza obbligatoria di almeno un metro costringe ad alzare un po' la voce.
Mi guardo intorno e scopro che c'è ancora umanità. Un sorriso, un grazie, la proposta di condividere un quotidiano, la curiosità di sapere quale patologia affligga la persona che si accompagna.
C'è discrezione, ma anche voglia di dialogo. Erano mesi che non la vedevo intorno a me. Nei miei recenti viaggi in metropolitana avevo notato la propensione del singolo a chiudersi a riccio interagendo solo con il display del proprio cellulare, senza mai alzare la testa.
Ci è voluto il Coronavirus per mostrarmi di nuovo il bello di qualche persona. Ci vietano di stringerci la mano, ma riusciamo comunque a darcela l'un l'altro virtualmente. Perchè anche condividere il tempo di attesa, che sembra esageratamente dilatato, ci restiuisce un po' di fiducia nel futuro. Sperando di avercelo ancora.
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