pentola a pressione

Ho scelto questo nome per due ragioni: 1) la pentola a pressione dimezza i tempi di cottura. In un mondo che va di fretta risparmiare il 50 per cento è un indubbio vantaggio di partenza; 2) avevo una sola altra alternativa, ovvero chiamare il mio blog valvola di sfogo. Mi serviva un posto dove riversare i miei pensieri velenosi. Lanciare parole nel web anziché frecciate assassine a chi mi sta accanto può essere la valida soluzione per scongiurare l'esaurimento nervoso, condividendo malumori quasi quotidiani, sporadiche euforie ed anche qualche brontolio sommesso che, appunto, mi rende simile ad una pentola a pressione che necessita di "sfiatare".

martedì 24 novembre 2020

IL GUSTO DI VIVERE

 


                                         (provetta alla mano, in coda per un tampone)

Da fine febbraio, da quando la pandemia si è insinuata subdolamente nelle nostre vite, ho smesso di baciare i miei genitori.

Troppo alto il rischio di contagiarli, mettendo a rischio la loro esistenza.

Abbiamo fatto una scelta condivisa a livello familiare, che è stata pesante per tutti. Io i miei genitori li ho sempre baciati più volte al giorno, fin dall'infanzia. Nella famiglia di mio marito non hanno mai avuto questa usanza, che nella mia invece è sempre stata piuttosto diffusa, tra tutti i parenti.

Da febbraio 2020, invece, niente baci a mamma, niente a papà, nessuno anche per mio fratello, che già vedevo poco e meno degli altri. A cascata, nessun contatto nemmeno con tutti gli altri familiari. Niente baci, anche se mia mamma compie gli anni proprio ad inizio marzo. Una festa di compleanno in sordina, distanziati, con l'augurio di uscirne presto.

Il pranzo di Pasqua in giardino, all'aperto, in versione ridotta (solo 6 commensali), senza toccarci l'un l'altro, in un'atmosfera surreale che non avevamo mai vissuto. I baci erano limitati soltanto ai miei congiunti: mio marito ed i miei due figli. Nessun altro ne aveva diritto.

Sono passati 9 mesi e siamo ancora in quella condizione. Con i miei genitori e gli altri parenti continuiamo a non baciarci, perché il Covid è ancora fuori dalle nostre porte di casa.

Questa volta, però, l'imposizione è maggiore. Niente baci neppure nel nucleo in cui vivo. Il virus, non so da dove, non so come e grazie a chi, è entrato tra le mie mura domestiche. A fine ottobre ho avuto per tre giorni febbre, indolenzimento generale, forte mal di testa e qualche colpo di tosse.

Il medico si è messo subito in allarme, mi ha segnalata sulla piattaforma informatica regionale affinché mi venisse fatto il tampone (non vi dico i tempi lunghi e le varie peripezie, meno male che ha usato lui il buon senso di non farmi andare in giro a infettare gente a mia insaputa una volta guarita la febbre) e mi ha posta in isolamento fiduciario in casa mia.

"Beh, mi riposerò un poco" è stato il primo pensiero che mi è frullato per la mente, nemmeno troppo nefasto. Poi, dopo 3 giorni di febbre, se ne è andato anche il mal di testa. Insieme a lui, però, se ne sono andati anche gusto ed olfatto. Avrei potuto leggere, che è la mia grande passione, ma non ne avevo molta voglia. Nemmeno guardare la televisione mi faceva compagnia. Mi trascinavo dal divano alla poltrona, dalla poltrona al divano, spossata e catatonica. Gli altri mangiavano a tavola, scherzavano, come nulla fosse. Io mangiavo in disparte e dormivo sul divano, per evitare contatti che potessero veicolare il virus anche nei loro corpi. Così è stato a lungo, troppo. Qualche tempo dopo, è arrivato il responso del tampone, fatto quando ormai mi sembrava di essere guarita ma avevo ben chiaro non lo fossi: positivo.

Ho avuto un sacco di amici che mi hanno scritto per sincerarsi delle mie condizioni (che bella cosa gli amici), whatsapp graditissimi di buongiorno e buonanotte. Non mi sono mai sentita sola. 

Il fastidio maggiore era quello di mangiare e annusare senza riconoscere nulla. In casa mi avevano simpaticamente nominata "lo spreco di cibo", perché, per convincermi di non sentire proprio sapori, fagocitavo cose buone per illudermi di sentirne il gusto. "Non mangiare la cioccolata, quella fondente ripiena, lasciala a noi, tanto per te è inutile", mi deridevano i miei figli. "Eccola lì, di nuovo impegnata a sprecare qualcosa" si facevano beffa di me quando, nel tentativo di togliermi l'amaro perenne di bocca, infilavo un cucchiaino di miele tra le fauci senza trarne alcun piacere.

Ho mangiato uno yogurt di quelli golosissimi, della Muller, per il semplice gusto di farlo, ma se mi avessero messo dinnanzi un vasetto colmo di crema corpo non avrei percepito differenza. Allora mi è venuta in mente una vecchia pubblicità. Quella dell'Amaro Averna. Ve la ricordate? Il refrain diceva: "Nell'aria, stasera, si respira più amore, e la vita è più vita. tutti insieme così". E giù di abbracci e baci tra sorrisi generali. Poi proseguiva "Amaro Averna, scalda il cuore. Amaro Averna, il gusto pieno della vita".

La pubblicità era molto carina, ce n'era addirittura una versione con un veterinario che tornava a casa dopo una giornata intensa e si concedeva un goccio per riprendersi dalla fatica quotidiana. Io non ho l'abitudine di consumare digestivi dopo pasto, ma ripensando a quella pubblicità mi sono resa conto che, davvero, nel nuovo millennio tutto è cambiato. Un tempo era "Averna, il gusto pieno della vita". Oggi, quello che tutti ci auguriamo non è l'Averna, ma di averne ancora, vita da gustare.

E magari meno amara perché, anche se fa ingrassare, il dolce è più piacevole.

P.S. Gusto e olfatto nel frattempo sono ricomparsi, quasi totalmente. E ho ricominciato a baciare marito e figli. Nell'attesa di tempi migliori, quando i baci potrò darli anche alle molte altre persone che li meritano. Facendo la debita selezione, perché il Covid, così come pensavo già a marzo, mi ha insegnato che i baci, no, non si danno a tutti. E che solo gli ignoranti, dai quali sono io a volermi tenere lontana, pensano che chi ha avuto il Covid (e per fortuna ne è uscito meglio di altri), rimanga un appestato da isolare per tutta la vita.

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