A me Raoul Bova piace. E anche molto. Come uomo, come attore, come atleta.
Eppure, ogni volta che ne parlo, c'è sempre qualche maschio che lo deve sminuire: non sa recitare, è solo apparenza e niente sostanza, addirittura qualcuno ha avanzato l'ipotesi che sia gay, forse per renderlo meno virile e macho e potenzialmente concorrente.
Tolto il fatto che, se piace a me, del giudizio e dell'invidia altrui me ne freghi assai poco, di Raoul avevo visto praticamente tutti i film ma non avevo ancora letto "Le regole dell'acqua", edito poche settimane fa da Rizzoli.
L'ho fatto oggi, scoprendo che Raoul Bova mi piace anche come scrittore. O comunque, se anche dietro la sua firma ci fosse un ghostwriter, cosa che non escludo, mi piace come si è raccontato offrendoci una lezione di vita.
La trama non è insolita o particolarmente avvincente: è la storia di un uomo che, alla soglia dei 50 anni, spiega come il contatto con l'acqua ne abbia forgiato, nel corso del tempo, oltre che il fisico anche il carattere. La frase che più ho amato del libro appartiene alle ultime pagine "È arrivato il momento di fare delle scelte e investire le mie energie solo in quello che mi fa star bene e non in quello che gli altri si aspettano da me". Raoul lo ha capito dai vari incontri della sua vita, ma soprattutto dall'incanto osservato nello sguardo dei bambini, incanto che noi adulti abbiamo perso e che forse, se volessimo provare a star bene con noi stessi, dovremmo cercare di riscoprire.
Ma il libro è soprattutto la testimonianza di vita di un attore che si è sempre speso per gli altri anche in progetti di volontariato, oltre che la prova tangibile di un grande amore filiale. Un amore che lo ha legato in particolare al papà, scomparso il 9 gennaio 2018, per combinazione giorno del mio 47esimo compleanno.
"Mio padre mi ha coperto le spalle per tutta la vita, mi ha tenuto per mano ma è sempre rimasto un passo indietro, per lasciarmi vivere, decidere, sbagliare. Anche se sapeva che stessi sbagliando, non ha mai preteso di sostituirsi a me, lasciando che fossi io a decidere. Sentirmi libero di sbagliare senza temere di deludere le persone che amo: ecco, questo è stato uno degli insegnamenti più belli che mi ha trasmesso". Per questo Raoul ha deciso di riallacciare il filo che si era aggrovigliato quando aveva smesso di nuotare, tornando in acqua per dare al padre, colpito da un brutto male, la gioia di vederlo di nuovo in vasca ed esultare per una sua vittoria. Un'aspettativa spezzata dalla prematura scomparsa del genitore, ma è sempre con una lunga nuotata nel freddo mare calabrese di marzo che l'attore è riuscito a metabolizzare il congedo dal padre tanto amato.
L'acqua per Raoul è sicuramente un elemento vitale. Ogni sua frase lo testimonia, così come l'amore per i delfini, latori di messaggi di buon auspicio. "Per me essere come un delfino significa essere contro le reti, contro tutte le gabbie che ti imprigionano. Da quelle emotive a quelle sociali, fino anche a quelle affettive". Ma l'acqua è anche un ambiente dove ci si deve impegnare: "L'acqua mi ha abituato alla fatica, all'impegno, alla rinuncia e al sacrificio: se nella vita può capitare di ottenere dei risultati anche senza meritarli, nello sport, quello onesto e vero, non succede mai. Vince la gara chi ha il tempo migliore, chi nuota più veloce degli altri".
Io Raoul Bova l'ho sempre trovato una bella persona: amo di lui lo sguardo profondo e il sorriso timido ma schietto, quell'aria da bravo ragazzo che non ha perso nemmeno quando ha tradito la moglie. Siamo coscritti, io più vecchia di lui di qualche mese, ma dopo aver letto questo libro ho capito che la classe non è acqua. E non mi riferisco alla classe 1971 che ci accomuna, ma a quella di chi è in grado di superare le avversità e i giudizi altrui lasciandoseli scivolare addosso, proprio come fossero acqua sporca.
D'altronde, se incappiamo in un temporale senza ombrello ci bagniamo dalla testa ai piedi, ma una volta tornati a casa bastano una doccia calda e qualche colpo di phon per dimenticarci del momentaneo disagio che tutta quell'acqua ci ha provocato. Perché, come scrive Raoul, "anche la più violenta delle tempeste a un certo punto lascia spazio a un timido raggio di sole". E se Raoul non vi piace, di certo è un problema vostro, né mio né suo.

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